Speriamo di ritornare nell'Olimpo delle grandi squadre come lo eravamo nel 1970 (vedere La partita del secolo). Se così fosse in caso di qualificazione UEFA EURO 2020 e di ritorno nelle competizioni internazionali vedremo se qualcuno continuerà a sorridere. Ai posteri l'ardua sentenza.
Nel novembre 1997 l'allora presidente della FIGC, Luciano Nizzola,
invitò Baglioni a comporre un inno per l'imminente centenario
dell'organizzazione, che sarebbe stato toccato nei primi mesi dell'anno
seguente. Il 22 aprile 1998, prima dell'amichevole tra Italia e Paraguay allo stadio Ennio Tardini di Parma, venne quindi presentato Da me a te, un brano nato dall'idea dello stesso cantautore di raccontare «la storia della nazionale come storia di un Paese: errori e meriti, ferite e gioie, sconfitte e vittorie».[1] Il testo ripercorre proprio il lato umano ed emotivo dell'epopea sportiva degli azzurri,
dalle imprese degli allora tre mondiali vinti alle disfatte di
competizioni internazionali disputate in modo anonimo; un modo di porsi
esplicitato già nell'incipit: «C'erano altri come noi / le storie della
storia / di polvere e di gloria / uomini come noi».
Video musicale
Nel videoclip del brano, Baglioni esegue Da me a te al pianoforte, al centro di uno stadio Olimpico di Roma
illuminato a giorno ma completamente vuoto. A ciò si mescolano le
immagini di un anziano signore, il quale, durante una partitella fra
bambini, si trova a ricordare alcuni momenti della sua lunga esistenza,
tutti vissuti sullo sfondo delle gesta della nazionale italiana.
Qualche velo di polemica era stato alzato da Gianni Rivera
sulla pressione che i giornalisti esercitavano sulla Nazionale,
colpevoli, secondo lui, delle sconfitte del '62 e del '66 e del tiepido
inizio nei mondiali messicani[1].
In primis, gli italiani non avevano entusiasmato nel girone
eliminatorio; pur finendo primi, erano riusciti a racimolare solamente
una vittoria, 1-0 contro la Svezia, e due pareggi a reti inviolate, contro l'Uruguay e soprattutto contro l'esordiente Israele;
in realtà in quest'ultima partita l'Italia aveva segnato (con
Domenghini e Riva) due reti, giudicate regolari dai commentatori ma
annullate dall'arbitro, il brasiliano Vieira de Moraes, su segnalazione
di un guardalinee etiope (fra l'altro, questa fu l'ultima partita
commentata dal celebre telecronista Nicolò Carosio
a causa di presunte sue affermazioni, poi smentite negli anni, di un
giudizio di carattere razzista nei confronti del guardalinee, che
comportò l'allontanamento definitivo di Carosio dalle telecronache).[2] Questo aspetto passò però in secondo piano quando gli azzurri sconfissero i padroni di casa del Messico per 4-1 nei quarti di finale.
La polemica che più di ogni altra minava la tranquillità dei ragazzi del CTFerruccio Valcareggi, e che esploderà dopo la finale, era però quella della famosa "staffetta" tra l'interistaSandro Mazzola e il milanistaGianni Rivera, Pallone d'oro 1969[3][4].
La Germania Ovest si presentava all'Azteca fiduciosa: stravinto
il girone eliminatorio, era riuscita nei quarti in un'impresa ottima,
ribaltando nei tempi supplementari contro i campioni in carica dell'Inghilterra
lo 0-2 con cui i britannici conducevano fino a venti minuti dalla fine
(fu anche la prima vittoria in assoluto dei tedeschi sugli inglesi). I
teutonici scesero così in campo, il 17 giugno, da favoriti.
La partita
La targa commemorativa della partita, apposta all'esterno dello Stadio Azteca
La partita ha inizio alle ore 16:00 di mercoledì 17 giugno 1970 presso lo Stadio Azteca di Città del Messico, a circa 2.200 m d'altitudine e sotto la direzione dell'arbitro peruvianoArturo Yamasaki. Le due Nazionali sono arrivate in semifinale attraverso percorsi differenti: l'Italia, Campione d'Europa uscente, nella fase eliminatoria ha racimolato una sola vittoria contro la Svezia, grazie all'1-0 siglato al 10' da Angelo Domenghini, e due pareggi a reti inviolate contro Uruguay e l'esordiente Israele,
chiudendo al primo posto il proprio girone, mentre ai quarti si è
facilmente sbarazzata dei padroni di casa del Messico con un perentorio
4-1. La Germania, invece, è reduce da tre vittorie consecutive nella
prima fase eliminatoria contro Marocco (2-1), Bulgaria (5-2) e Perù
(3-1) e successivamente nei quarti di finale elimina i quotati campioni
del mondo in carica dell'Inghilterra, i quali cedono solo ai tempi
supplementari al 108' con rete del solito Gerd Muller (3-2) che poi
risulterà essere alla fine del torneo il capocannoniere con ben 10 reti.
Il calcio d'inizio è affidato alla Nazionale di Ferruccio Valcareggi,
che già dal primo minuto inizia a tessere la sua ragnatela di passaggi,
in modo tale da stancare l'avversario, scongiurare i tentativi di
attacco e preservare il possesso palla. La partita si sblocca all'8'
minuto di gioco: al termine di una bella combinazione con Gigi Riva, Roberto Boninsegna,
appena ricevuto il pallone, viene prontamente accerchiato dal reparto
difensivo tedesco, che non può nulla contro il potente tiro dalla
distanza di Boninsegna, che col sinistro batte il portiere Sepp Maier
dal limite dell'area. Per i seguenti ottanta minuti l'Italia giocò una
partita difensiva, tenendo sulle spine i tedeschi con alcuni insidiosi
contropiede. Il portiere italiano Enrico Albertosi, al 89', salvò il risultato deviando un pericoloso colpo di testa di Uwe Seeler.[5] Fu però il milanista Karl-Heinz Schnellinger,
al suo primo e unico gol in quarantasette partite con la nazionale, a
portare la gara in parità due minuti e mezzo oltre i tempi
regolamentari. La cosa, contrariamente a quanto succede oggi, a quei
tempi era più unica che rara; infatti praticamente in quasi tutte le
partite gli arbitri fischiavano la fine allo scadere del 90º minuto.
Questo spiega la delusione e lo sconcerto del telecronista Nando Martellini che al fischio finale dei tempi regolamentari disse al microfono: Questo Yamasaki! Due minuti e mezzo dopo la fine del tempo regolamentare!
Iniziarono così i tempi supplementari che, per la straordinaria densità di emozioni offerte, entrarono nella storia: al gol di Gerd Müller al 94', abile a sfruttare un errato tocco della difesa italiana dopo un debole colpo di testa di Uwe Seeler, rispose un difensore azzurro, Tarcisio Burgnich
(al suo secondo e ultimo gol in nazionale in sessantasei partite), su
un errore difensivo tedesco. L'Italia, un minuto prima della fine del
primo tempo supplementare, passò addirittura in vantaggio, con uno
straordinario assolo di Riva in contropiede.
Beckenbauer,
a seguito di un infortunio che gli causò la lussazione di una spalla,
restò stoicamente in campo - in quanto la Germania Ovest aveva già
effettuato le due sostituzioni consentite dal regolamento dell'epoca -
giocando con un braccio fasciato lungo il corpo, fino alla fine dei
supplementari. Al quinto minuto del secondo tempo supplementare, la
Germania Ovest trovò il pareggio. Il colpo di testa di Seeler su un
pallone proveniente da un calcio d'angolo sembrò indirizzare la palla
fuori, ma Müller intervenne di testa, trovando uno spiraglio tra Rivera
(piazzato sulla linea di porta) e il palo. Albertosi non nascose affatto
il suo rincrescimento nei confronti di Rivera, conscio che quell'errore
poteva rivelarsi fondamentale per le sorti della gara.
Fu un'azione corale, a riportare dopo appena sessanta secondi
l'Italia in vantaggio: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici
passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione dello stesso
Rivera che di piatto superò Maier. Finì 4-3; l'Italia dopo trentadue anni era in finale del mondiale
e per tutta la notte, nelle piazze italiane, l'impresa fu festeggiata
come la vittoria del campionato stesso in attesa della finale vera e
propria.
In Germania Ovest
invece la gente non prese bene la sconfitta: dopo la partita ci furono
diversi episodi di caccia all'italiano e molte macchine a loro
appartenenti furono date alle fiamme dai tifosi tedeschi inferociti. Fu
una notte particolarmente difficile per le forze dell'ordine, tanto che,
in occasione del successivo incontro tra Italia e Germania Ovest per la
finale del mondiale del 1982,
la polizia tedesca si organizzò attivandosi ai massimi livelli e con il
massimo scrupolo per evitare il ripetersi dei disordini della notte del
1970.
Le critiche
Sul piano dell'impatto culturale, Italia-Germania Ovest può a buon diritto essere considerata una delle partite più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico.
Amata dalla gente, che rimase incollata ai televisori fino a tarda
notte per seguirla, suscitò disapprovazione tra i cosiddetti "puristi"
della disciplina, che assistettero all'assoluto annullamento della
tattica in favore dell'agonismo più puro. Uno di essi fu il notissimo
giornalista Gianni Brera, che così commentò l'incontro, subito dopo la partita:
«I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti. Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato [...] Come
dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato
l'infarto, non per scherzo, non per posa. Il calcio giocato è stato
quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l'aspetto
tecnico-tattico. Sotto l'aspetto agonistico, quindi anche sentimentale,
una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan). I
tedeschi meritano l'onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi ma il
loro prolungato errore tattico è stato fondamentale. Noi ne abbiamo
commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo. Ci è andata
bene. Siamo stati anche bravi a tentare sempre, dopo il grazioso regalo
fatto a Burgnich (2-2). L'idea di impiegare i dioscuriMazzola e Rivera è stata un po' meno allegra che nell'amichevole con il Messico.
Effettivamente Rivera va tolto dalla difesa. Io non ce l'ho affatto con
il biondo e gentile Rivera, maledetti: io non posso vedere il calcio a
rovescio: sono pagato per fare questo mestiere. Vi siete accorti o no
del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo?»
Brera ovviamente non negava affatto il fascino estremo della partita,
resa epica anche dall'ora notturna in cui venne trasmessa in Italia,
tanto da scrivere in un suo libro sulla storia del calcio italiano una
frase che più di mille parole esprime lo stato d'animo di tutti i tifosi
italiani alla fine di una partita terminata verso le 2 di notte:
«Le troianePorte Scee e la porta di Maier si confondono nel cervello stranito di tutti.»
(Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano)
Comunque, al di là delle critiche di Brera,
«L'eco dell'avvenimento fu enorme. I tifosi messicani decisero su
due piedi di murare una lapide all'esterno dello Stadio Azteca per
eternare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo
spettacolo e la battaglia. Un banchiere italiano, che seguiva la
partita per televisione a Montevideo, cadde fulminato da un infarto. In
Italia oltre trenta milioni di appassionati (...) rimasero incollati
davanti al video, sebbene fosse mezzanotte passata. Molti andarono a
coricarsi, sconsolati, quando Schnellinger aprì il fuoco nei tempi
supplementari, ma alla rete di Burgnich un urlo lanciato in centinaia di
case (...) e l'esito finale della pugna spinsero migliaia di
appassionati nelle strade e nelle piazze...»