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domenica 13 marzo 2022
Quando eravamo noi a combattere contro l'invasore : LA RESISTENZA ITALIANA
Per la prima volta i civili nella storia della guerra presero le armi e combatterono contro l'invasore nazista. Determinante fu il ruolo delle donne.
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Seconda guerra mondiale
sabato 24 aprile 2021
martedì 4 agosto 2020
Campo Tizzoro 1944 - Rievocazione storica edizione 2020 (playlist)
Come altre volte sono stato presente alla rievocazione storica della liberazione della fabbrica di munizioni e rifugio antierei dai nazifascisti ad opera dei partigiani nel 1944 ed ho creato questa playlist. Nel primo video raccolta delle mie foto. Nei successivi la rievocazione della battaglia, canzoni dell'epoca, messaggi tedeschi per radio, carri armati, jeep e macchinetta per creazione piastrine identificative.
MYSTERIUM
Tre giorni di eventi per ricordate la Linea Gotica del 1944
CAMPO TIZZORO (SAN MARCELLO PITEGLIO) – L’Istituto di Ricerche Storiche e Archeologiche di Pistoia, nei giorni 2/3/4 Agosto organizza, per il settimo anno consecutivo, la Manifestazione Campo Tizzoro ’44 al Museo e Rifugi SMI.
L’iniziativa ripercorre i fatti storici legati all’attivazione della Linea Gotica nel 1944 nella zona della montagna pistoiese. Albert Kesserling, comandante generale tedesco e feldmaresciallo, fu impegnato presso Campo Tizzoro per supervisionare la produzione di munizionamento per le truppe. Pochi conoscono i fatti e gli episodi che legarono la presenza tedesca nel territorio della montagna pistoiese fra l’estate e l’autunno del 1944.
Il museo, con la ricostruzione storica cerca di ripercorrere quei momenti salienti che interessarono la montagna pistoiese e la fabbrica S.M.I., quando il direttore dello stabilimento nel ’44 era Kurt Kayser Orlando, mandato dalla direzione a sovrintendere la produzione. Orlando si oppose fermamente al tentativo di deportazione di tecnici specializzati per i bunker factory di Gardone ad opera del generale tedesco. Vengono ripercorsi i momenti cruciali e drammatici fra la presenza dei tedeschi e l’arrivo dei partigiani che liberarono la fabbrica nel ’44. Proprio nelle gallerie della S.M.I uno dei momenti salienti dell’iniziativa è la ricostruzione storica dell’ingresso dei partigiani che vi accedono per liberare la fabbrica, con l’ausilio e la collaborazione dei familiari degli operai della S.M.I sfollati, che pernottavano nei rifugi antiaerei.
sabato 26 ottobre 2019
Film e storia : PISTOIA 1944, la liberazione della mia città nella seconda guerra mondiale
Bravissima la giovane regista Gaia Cappelli. Ho visto il film e devo farle i più sentiti complimenti.
Mysterium
“In Silvano erano più il coraggio, l’intelligenza, la spavalderia, la temerarietà o la follia? Quando tutto questo è accompagnato da una forte spinta ideale, allora vorrei dire che era soltanto eroismo.” S. Bardelli.
Silvano Fedi è uno studente di 23 anni quando l’Italia esce dalla seconda guerra mondiale e i tedeschi occupano la Toscana. Sta nascendo, sul territorio italiano, uno dei movimenti più forti e discussi della storia: la Resistenza.
Insieme a un gruppo di ventenni come lui decide di fare la propria parte dando vita a una brigata di ribelli: le Squadre Franche Libertarie. Pistoia 1944 racconta la loro storia, quella di ragazzi intrepidi, audaci, con tante azioni in mente ma due leggi ben precise a guidarli, la non violenza e l'autonomia dalla politica; quest'ultima, fortemente voluta da Silvano, perché la lotta per la libertà non appartenesse a nessun partito politico, bensì all'intera razza umana.
Un film che parla di ideali, fratellanza, coraggio, e tutto ciò che univa dei ragazzi che hanno perso la vita prima ancora di avere la possibilità di scoprirla. Iconico, invece, il personaggio di Silvano Fedi, una voce ventitreenne che sussurra all'indipendenza ottenuta senza colpo ferire. Perché il primo ingrediente per cambiare il mondo è la reale volontà di farlo.
Ma le parole non possono descrivere appieno l'idea che Silvano Fedi aveva del mondo, per questo ne stiamo facendo una pellicola cinematografica, e per questo vogliamo raccontare come i giovani del '44 hanno trovato il coraggio di affrontare la crisi del loro tempo.
https://www.eppela.com/it/projects/21551-pistoia-1944-una-storia-partigiana
Silvano Fedi (Pistoia, 25 aprile 1920 – Pistoia, 29 luglio 1944) è stato un partigiano, anarchico e antifascista italiano.
Fu studente al Liceo classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, dove, a causa delle sue idee antifasciste, subì anche un pestaggio inflittogli da alcuni attivisti fascisti.[1] Sono gli anni in cui Fedi studia e legge molto nella convinzione che l'umanità dev'essere libera dal bisogno, discute appassionatamente raccogliendo via via intorno a sé giovani studenti e venendo in contatto con la precedente generazione di anarchici pistoiesi: in tale contesto matura il suo carattere coraggioso, brillante e audace, come dimostrarono le sue azioni.
Il 12 ottobre 1939 fu arrestato e successivamente condannato da parte del Tribunale speciale, a un anno di reclusione, per associazione e propaganda antinazionale.[2] Il 10 febbraio gli fu condonata la pena e fu scarcerato, quindi fece rientro a Pistoia ove continuò la lotta antifascista formando nel 1943 il gruppo dei comunisti libertatori a Bottegone insieme a Francesco Toni e altri compagni.
Noto è l'episodio del 26 luglio 1943 allorché Fedi invitò a scioperare gli operai delle Officine S. Giorgio di Pistoia e venne tratto nuovamente in arresto: quando si diffuse la notizia del suo arresto, una folla si raccolse fuori dagli edifici della Questura chiedendone la liberazione tanto che fu rilasciato dopo poco.
Dopo l'armistizio, nell'ottobre 1943, costituì una formazione partigiana composta da una cinquantina di uomini: le Squadre Franche Libertarie composte soprattutto da Anarchici e Libertari e autonome dal CLN che iniziarono ad agire fra città e campagna. Dal 17 al 20 ottobre, insieme a sei compagni, assaltò a più riprese il presidio della Fortezza Santa Barbara, prelevando una grande quantità di armi e munizioni. Successivamente la sua formazione effettuò altre operazioni fra le quali l'assalto alla Questura di Pistoia ed al carcere delle Ville Sbertoli, con la liberazione di 54 prigionieri, fra i quali alcuni ebrei e prigionieri politici.
Nella sua formazione militarono noti partigiani come Enzo Capecchi, Artese Benesperi, Danilo Betti, Brunello Biagini, Marcello Capecchi, Franco Fedi (fratello) Claudio Pallini, Santino Pratesi, Giulio Vannucchi, Giovanni Pinna e Iacopo Innocenti. Fu in contatto con Manrico Ducceschi, detto "Pippo" (anche lui ex studente del Liceo classico Forteguerri di Pistoia), capo della formazione partigiana XI Zona Patrioti, attiva sulla Montagna Pistoiese e Lucchese, mentre Fedi preferì operare in pianura, muovendosi continuamente tra Pistoia, Quarrata e Serravalle Pistoiese
Il 29 marzo del 1944 assalta un treno di armi e munizioni fermo alla stazione di Val di Brana. È con lui Artese Benesperi che, nello scontro armato che ne deriva, uccide un ufficiale tedesco e rimanendo a sua volta ferito ad una mano.
Il 1 giugno del 1944 assalta la Questura di Pistoia e effettua il quarto attacco alla fortezza di Santa Barbara con l'aiuto dei partigiani di Montale.
Il 29 luglio del 1944, nei pressi della Croce di Vinacciano, sulle colline pistoiesi, cadde in un'imboscata dei militari tedeschi, e fu ucciso assieme al compagno Giuseppe Giulietti. Un altro componente della sua formazione, Brunello Biagini, fu catturato e pochi giorni dopo, il primo di agosto, fucilato.
La tomba di Silvano Fedi insieme a quella di Giuseppe Giulietti (detto "Il Genova") è posta nel Cimitero Comunale della Vergine di Pistoia.
L'abilità militare di Fedi è tale da interessare il commediografo Giovacchino Forzano amico di Mussolini e lo stesso dittatore, nella vicenda volgendola da fatto militare a fatto personale dell'ufficiale tedesco che viene fatto passare come ucciso per problemi di onore ed evitando così ogni forma di rappresaglia nei confronti della popolazione civile (30 civili per un ufficiale tedesco, secondo le direttive di Kesserling).
Al suo nome sono dedicati, a Pistoia, il corso centrale,[3][4] e, pensando in particolare ai giovani, quale fu Fedi impegnato nella propria città, portano il suo nome anche una piscina, attualmente in stato di abbandono, ed una palestra di proprietà della Provincia di Pistoia.
Nell'aprile del 1979 a Montechiaro in suo onore venne inaugurato un monumento in bronzo realizzato dallo scultore Umberto Bovi, su interessamento dell'ANPI locale; rappresenta un corpo disteso a terra che si disintegra, sovrastato da una stele che dal basso si espande verso l'alto in segno di liberazione. Una lapide ricorda i caduti della formazione.[5].
A lui sono intitolati oltre a uno degli istituti secondari di secondo grado della città di Pistoia, l'Istituto Tecnico Tecnologico, anche l'Associazione Sportiva Culturale Silvano Fedi che organizza molti eventi sportivi.
La vita
Fu studente al Liceo classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, dove, a causa delle sue idee antifasciste, subì anche un pestaggio inflittogli da alcuni attivisti fascisti.[1] Sono gli anni in cui Fedi studia e legge molto nella convinzione che l'umanità dev'essere libera dal bisogno, discute appassionatamente raccogliendo via via intorno a sé giovani studenti e venendo in contatto con la precedente generazione di anarchici pistoiesi: in tale contesto matura il suo carattere coraggioso, brillante e audace, come dimostrarono le sue azioni.
Il 12 ottobre 1939 fu arrestato e successivamente condannato da parte del Tribunale speciale, a un anno di reclusione, per associazione e propaganda antinazionale.[2] Il 10 febbraio gli fu condonata la pena e fu scarcerato, quindi fece rientro a Pistoia ove continuò la lotta antifascista formando nel 1943 il gruppo dei comunisti libertatori a Bottegone insieme a Francesco Toni e altri compagni.
Noto è l'episodio del 26 luglio 1943 allorché Fedi invitò a scioperare gli operai delle Officine S. Giorgio di Pistoia e venne tratto nuovamente in arresto: quando si diffuse la notizia del suo arresto, una folla si raccolse fuori dagli edifici della Questura chiedendone la liberazione tanto che fu rilasciato dopo poco.
Dopo l'armistizio, nell'ottobre 1943, costituì una formazione partigiana composta da una cinquantina di uomini: le Squadre Franche Libertarie composte soprattutto da Anarchici e Libertari e autonome dal CLN che iniziarono ad agire fra città e campagna. Dal 17 al 20 ottobre, insieme a sei compagni, assaltò a più riprese il presidio della Fortezza Santa Barbara, prelevando una grande quantità di armi e munizioni. Successivamente la sua formazione effettuò altre operazioni fra le quali l'assalto alla Questura di Pistoia ed al carcere delle Ville Sbertoli, con la liberazione di 54 prigionieri, fra i quali alcuni ebrei e prigionieri politici.
Nella sua formazione militarono noti partigiani come Enzo Capecchi, Artese Benesperi, Danilo Betti, Brunello Biagini, Marcello Capecchi, Franco Fedi (fratello) Claudio Pallini, Santino Pratesi, Giulio Vannucchi, Giovanni Pinna e Iacopo Innocenti. Fu in contatto con Manrico Ducceschi, detto "Pippo" (anche lui ex studente del Liceo classico Forteguerri di Pistoia), capo della formazione partigiana XI Zona Patrioti, attiva sulla Montagna Pistoiese e Lucchese, mentre Fedi preferì operare in pianura, muovendosi continuamente tra Pistoia, Quarrata e Serravalle Pistoiese
Il 29 marzo del 1944 assalta un treno di armi e munizioni fermo alla stazione di Val di Brana. È con lui Artese Benesperi che, nello scontro armato che ne deriva, uccide un ufficiale tedesco e rimanendo a sua volta ferito ad una mano.
Il 1 giugno del 1944 assalta la Questura di Pistoia e effettua il quarto attacco alla fortezza di Santa Barbara con l'aiuto dei partigiani di Montale.
Il 29 luglio del 1944, nei pressi della Croce di Vinacciano, sulle colline pistoiesi, cadde in un'imboscata dei militari tedeschi, e fu ucciso assieme al compagno Giuseppe Giulietti. Un altro componente della sua formazione, Brunello Biagini, fu catturato e pochi giorni dopo, il primo di agosto, fucilato.
La tomba di Silvano Fedi insieme a quella di Giuseppe Giulietti (detto "Il Genova") è posta nel Cimitero Comunale della Vergine di Pistoia.
La figura storica
Silvano Fedi è considerato un martire della lotta antifascista, ed il suo contributo nella guerra partigiana è ritenuto di grande importanza per la liberazione di Pistoia.L'abilità militare di Fedi è tale da interessare il commediografo Giovacchino Forzano amico di Mussolini e lo stesso dittatore, nella vicenda volgendola da fatto militare a fatto personale dell'ufficiale tedesco che viene fatto passare come ucciso per problemi di onore ed evitando così ogni forma di rappresaglia nei confronti della popolazione civile (30 civili per un ufficiale tedesco, secondo le direttive di Kesserling).
Al suo nome sono dedicati, a Pistoia, il corso centrale,[3][4] e, pensando in particolare ai giovani, quale fu Fedi impegnato nella propria città, portano il suo nome anche una piscina, attualmente in stato di abbandono, ed una palestra di proprietà della Provincia di Pistoia.
Nell'aprile del 1979 a Montechiaro in suo onore venne inaugurato un monumento in bronzo realizzato dallo scultore Umberto Bovi, su interessamento dell'ANPI locale; rappresenta un corpo disteso a terra che si disintegra, sovrastato da una stele che dal basso si espande verso l'alto in segno di liberazione. Una lapide ricorda i caduti della formazione.[5].
A lui sono intitolati oltre a uno degli istituti secondari di secondo grado della città di Pistoia, l'Istituto Tecnico Tecnologico, anche l'Associazione Sportiva Culturale Silvano Fedi che organizza molti eventi sportivi.
Onorificenze
G
M
T
Y
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sabato 3 agosto 2019
Campo Tizzoro 44 - Rievocazione storica (slideshow)
Nella località di Campotizzoro, nel 1910, per volere di Luigi Orlando
sorse uno stabilimento di munizioni belliche che di lì a poco avrebbe
costituito la fortuna del paese. La S.M.I. (Società Metallurgica
Italiana), diventò subito una grande risorsa, fornendo impiego a tutti
gli abitanti della montagna e facendo rifiorire la località, dove si
sviluppò un nucleo urbano al servizio dell’azienda e dei suoi
dipendenti.
In previsione della Seconda Guerra Mondiale, furono costruiti dei rifugi antiaerei ad una profondità di 20 metri, che in caso di attacchi o bombardamenti avrebbero salvato gli operai e gli abitanti della zona. Il bunker sotterraneo, lungo circa 3,5 km, infatti, avrebbe potuto ospitare fino a 6000 persone per un periodo di 6 mesi.
Il museo, gestito dall’Istituto di Ricerche Storiche e Archeologiche, permette ai i visitatori di immedesimarsi in una realtà a noi fortunatamente distante: il tetro percorso sotterraneo riproduce il contesto di vita drammatico che gli operai e le loro famiglie dovettero sopportare durante la guerra, ma è anche un ammirevole esempio dei numerosi benefici apportati dalla S.M.I. al paese di Campotizzoro.
L’iniziativa ripercorre i fatti storici legati all’attivazione della Linea Gotica nel 1944 nella zona della montagna pistoiese. Albert Kesserling, comandante generale tedesco e feldmaresciallo, fu impegnato presso Campo Tizzoro per supervisionare la produzione di munizionamento per le truppe. Pochi conoscono i fatti e gli episodi che legarono la presenza tedesca nel territorio della montagna pistoiese fra l’estate e l’autunno del 1944. Il museo, con la ricostruzione storica cerca di ripercorrere quei momenti salienti che interessarono la montagna pistoiese e la fabbrica S.M.I., quando il direttore dello stabilimento nel ’44 era Kurt Kayser Orlando, mandato dalla direzione a sovrintendere la produzione. Orlando si oppose fermamente al tentativo di deportazione di tecnici specializzati per i bunker factory di Gardone ad opera del generale tedesco. Vengono ripercorsi i momenti cruciali e drammatici fra la presenza dei tedeschi e l’arrivo dei partigiani che liberarono la fabbrica nel ’44. Proprio nelle gallerie della S.M.I uno dei momenti salienti dell’iniziativa è la ricostruzione storica dell’ingresso dei partigiani che vi accedono per liberare la fabbrica, con l’ausilio e la collaborazione dei familiari degli operai della S.M.I sfollati, che pernottavano nei rifugi antiaerei.
In previsione della Seconda Guerra Mondiale, furono costruiti dei rifugi antiaerei ad una profondità di 20 metri, che in caso di attacchi o bombardamenti avrebbero salvato gli operai e gli abitanti della zona. Il bunker sotterraneo, lungo circa 3,5 km, infatti, avrebbe potuto ospitare fino a 6000 persone per un periodo di 6 mesi.
Il museo, gestito dall’Istituto di Ricerche Storiche e Archeologiche, permette ai i visitatori di immedesimarsi in una realtà a noi fortunatamente distante: il tetro percorso sotterraneo riproduce il contesto di vita drammatico che gli operai e le loro famiglie dovettero sopportare durante la guerra, ma è anche un ammirevole esempio dei numerosi benefici apportati dalla S.M.I. al paese di Campotizzoro.
L’iniziativa ripercorre i fatti storici legati all’attivazione della Linea Gotica nel 1944 nella zona della montagna pistoiese. Albert Kesserling, comandante generale tedesco e feldmaresciallo, fu impegnato presso Campo Tizzoro per supervisionare la produzione di munizionamento per le truppe. Pochi conoscono i fatti e gli episodi che legarono la presenza tedesca nel territorio della montagna pistoiese fra l’estate e l’autunno del 1944. Il museo, con la ricostruzione storica cerca di ripercorrere quei momenti salienti che interessarono la montagna pistoiese e la fabbrica S.M.I., quando il direttore dello stabilimento nel ’44 era Kurt Kayser Orlando, mandato dalla direzione a sovrintendere la produzione. Orlando si oppose fermamente al tentativo di deportazione di tecnici specializzati per i bunker factory di Gardone ad opera del generale tedesco. Vengono ripercorsi i momenti cruciali e drammatici fra la presenza dei tedeschi e l’arrivo dei partigiani che liberarono la fabbrica nel ’44. Proprio nelle gallerie della S.M.I uno dei momenti salienti dell’iniziativa è la ricostruzione storica dell’ingresso dei partigiani che vi accedono per liberare la fabbrica, con l’ausilio e la collaborazione dei familiari degli operai della S.M.I sfollati, che pernottavano nei rifugi antiaerei.
mercoledì 25 aprile 2018
Adelmo Santini, il partigiano eroe ragazzino che non parlò
it.wikipedia.org
Adelmo Santini
Adelmo Santini (Agliana, 26 ottobre 1927 – Serravalle Pistoiese, 25 agosto 1944) è stato un partigiano italiano.
Partigiano, membro della formazione "Fantacci" (con il soprannome Biondino[1]), viene fucilato dai nazifascisti il 25 agosto 1944 a soli 16 anni e quasi 10 mesi in località Villa di Groppoli, nelle vicinanze di Serravalle, in provincia di Pistoia.
Venne sorpreso e catturato il 24 agosto 1944 da una pattuglia tedesca in un bosco vicino Torricchio di Serravalle e portato prigioniero al comando tedesco in una villa di Groppoli.
Dopo una notte di interrogatori e torture (strappandogli le unghie dalle mani - NB) fu legato col filo di ferro al tronco di una pianta di ulivo e fucilato[2].
Partigiano, membro della formazione "Fantacci" (con il soprannome Biondino[1]), viene fucilato dai nazifascisti il 25 agosto 1944 a soli 16 anni e quasi 10 mesi in località Villa di Groppoli, nelle vicinanze di Serravalle, in provincia di Pistoia.
Biografia
Nel giugno del 1944, la risalita del fronte di guerra verso la Toscana lo spinse ad entrare nella formazione partigiana "Fantacci" seguendo il padre Ottorino Santini, rimanendo con questa formazione anche quando il padre passò alla formazione "Agliana".Venne sorpreso e catturato il 24 agosto 1944 da una pattuglia tedesca in un bosco vicino Torricchio di Serravalle e portato prigioniero al comando tedesco in una villa di Groppoli.
Dopo una notte di interrogatori e torture (strappandogli le unghie dalle mani - NB) fu legato col filo di ferro al tronco di una pianta di ulivo e fucilato[2].
Riconoscimenti
- Croce al Merito di Guerra per attività partigiana, assegnatagli nel 1972[3].
- Sul luogo della sua fucilazione è stato eretto un cippo monumento a suo ricordo che ingloba il tronco della pianta[4].
- Ad Agliana, una via è dedicata al suo nome[5].
Bibliografia
- Gian Piero Pagnini,1943-1945, la liberazione in Toscana: la storia, la memoria, Volume 1,1994
- Renato Risaliti, Antifascismo e resistenza nel pistoiese, Tellini, 1976, p.228
Collegamenti esterni
- Monumento a Adelmo Santini dal sito Resistenzatoscana.it
Partigiani locali : Magni Magnino
Magnino Magni, eroe indimenticato
A cento metri c'era il bar Italia, un altro punto di raccolta per armi e idee. I nazi-fascisti tenevano sott'occhio la casa. «Una notte del '44 sentimmo un camion dei tedeschi sotto la finestra. Il babbo ci disse «state calmi, si vedrà se son venuti per noi». Ci stringemmo tutti in silenzio. Alla fine presero solo un maiale. Quella sera non me la scorderò mai». A parlare è Giuseppe Magni, fratello minore del compianto eroe. Lui ricorda ogni momento di quegli anni. Magnino gli disse: «Bisogna dare la libertà a te che hai 16 anni come agli altri». «A Pistoia - dice Giuseppe - molti volevano sostituire il nero col rosso. Lui invece voleva la liberazione per tutti». I fascisti lo cercavano da tempo. L'avevano visto pagare una cassa da morto per il partigiano russo Ivan Baranovskijl, ucciso nel '43 e lasciato in piazza a San Piero per tre giorni. «Quando Magnino tornò dai monti - racconta Giuseppe - radunò la gente per dare al compagno una sepoltura dignitosa».
Da lì i sospetti crebbero enormemente. Il Magni faceva la spola tra Agliana e Tobbiana. Un carabiniere di Firenze, parente della famiglia, gli propose di rifugiarsi in una chiesa "da ricchi" dove non sarebbero arrivati i bombardamenti, ma lui disse: «I miei compagni non li lascio. Preferisco tornare in montagna». E infatti non li lasciò fino all'ultimo. Su a Treppio, il 17 aprile del '44, coprì la fuga dei partigiani assediati dai tedeschi. In compagnia della sola mitragliatrice fu colpito al capo. Aveva 29 anni. Lo riportarono giù i nazi-fascisti. «In piazza continuarono ad accanirsi sul corpo già morto. Lo pugnalarono per dare una dimostrazione a tutti», dice il fratello. «Quando fu portato da Pistoia ad Agliana c'era una fila di gente che non finiva più - aggiunge la sorella Pia Magni -. Io pensavo: ma quegli americani non arrivano mai!». La bandiera rossa avvolse la bara fino alla soglia della chiesa, oltre non potè entrare. A casa c'erano il piccolo Marcello di appena 11 mesi e il figlio maggiore di 3 anni. La mamma, Rina Quercioli detta Fulvia, fu minacciata dai tedeschi quando ancora era col pancione. «Vennero in casa per ammazzarla e dissero: «aspettiamo che abbia fatto il bambino». La portammo ai Casini di Quarrata per partorire - ricorda Giuseppe -. Me la caricai sulla canna della bicicletta. Qualche tempo dopo tornammo a San Piero con Marcello sul manubrio. Mio babbo una volta disse a Magnino: «Hai due figlioli, rischi troppo». Ma a lui non importava. C'era qualcosa di più grande a cui non poteva sottrarsi.
Anniversario 25 Aprile : Partigiani nazionali e locali
di Marco Bagnoli
settembre 2014

Roma venne liberata il 4 giugno del ’44, Firenze l’11 agosto. All’indomani della liberazione di Milano si contano più di diecimila vittime tra la popolazione civile; la Toscana è uno dei territori maggiormente colpiti: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l’aprile e l’agosto del 1944, furono più di 280, i comuni interessati 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500, cui devono essere aggiunte diverse migliaia di morti tra i partigiani. Il 2 e 3 settembre del ‘44 i Tedeschi in ritirata fanno saltare i ponti sulla Brana, mentre i partigiani della formazione “Agliana” decidono di affrontarli apertamente, in attesa degli Alleati. Col paese ancora in parte occupato dai nazifascisti, il 4 settembre s’insedia la prima giunta comunale, nominata dal CLN.
Buona parte di questa storia ci viene rammentata dalle strade e dai monumenti che ci circondano. Disponiamo di un buon assortimento di liberi pensatori, da Galileo a Giordano Bruno, da Dante a Leonardo; molti i musicisti, tra i quali Gaber e De André decisamente ascrivibili al primo gruppo. Se il versante risorgimentale non lamenta defezioni, piazza Ghandi, assieme a via Assisi e alla scuola intitolata a Capitini, ci insegnano un cammino non violento per l’indipendenza. La pura idealità è tratteggiata sulla via della Libertà, via della Repubblica, piazza della Resistenza, via XXV Aprile, via della Costituzione.
Abbiamo due testimoni diretti della persecuzione totalitaria, Anna Frank e Primo Levi; e un manipolo di ostinati preti di campagna come don Minzoni, don Bosco, don Milani, don Gnocchi – assieme a don Bianchi e don Ceccarelli. I fratelli Cervi, Aldo Moro, Ilaria Alpi e Giacomo Matteotti passano il testimone a Enrico Berlinguer, a Sandro Pertini, a Giorgio la Pira. Sono i nomi che abbiamo deciso di avere come esempio, a sprone ideale delle nostre giornate; alcuni nomi invece non ce li siamo potuti scegliere: sono i nomi dei nostri compaesani che non ci sono più. La maggior parte di essi sono incisi sulle lapidi che decorano l’edificio del vecchio comune; qualcuno ucciso qui, qualcun altro a Montale, qualcuno ancora deportato in Germania. Alcuni erano militari, sorpresi dall’armistizio; altri carabinieri, come quelli ricordati nel monumento a Salvo D’Acquisto.
Molti altri sono nelle pagine dei libri di storia locale, ma lontana settant’anni; molti sono partigiani – quattro di loro ricordati sulle facciate del monumento in piazza della Resistenza. Germano Bellucci è stato ucciso prima del suo ventunesimo compleanno, il 19 settembre del ’43; si trovava a Klana, all’epoca territorio italiano. Al giro di boa dell’otto settembre decise di schierarsi con la resistenza locale. Il suo nome è stato per tanti anni legato al campo sportivo, lo spazio della fiera. Ivan Baranowski, detto Paolo, era invece un prigioniero russo sfuggito ai tedeschi sulla via Fiorentina e riparato presso il gruppo di Agliana: la notte del 3 marzo del ’44 è il più esposto nel corso di un’azione e perde la vita, aveva 26 anni.
La via che unisce San Piero a San Niccolò è intitolata a Magnino Magni: faceva il panettiere, aveva una moglie e due figli – è morto a trent’anni, a Treppio, mentre copriva la ritirata dei compagni, il 17 aprile del ’44, medaglia d’argento al valor militare. Adelmo Santini di anni ne aveva ancora sedici quando il 25 agosto venne fucilato a Villa di Groppoli, sede del comando tedesco, dopo aver resistito tutta la notte all’interrogatorio. Anche a Gino Cecchi, fucilato alla Casa rossa il 14 luglio, assieme a Dino Nerozzi e Elio Tonsoni, è stata dedicata una strada.
Nella foto: inaugurazione del Monumento ai Partigiani in piazza del Comune, 10 marzo 1946.
settembre 2014
Roma venne liberata il 4 giugno del ’44, Firenze l’11 agosto. All’indomani della liberazione di Milano si contano più di diecimila vittime tra la popolazione civile; la Toscana è uno dei territori maggiormente colpiti: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l’aprile e l’agosto del 1944, furono più di 280, i comuni interessati 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500, cui devono essere aggiunte diverse migliaia di morti tra i partigiani. Il 2 e 3 settembre del ‘44 i Tedeschi in ritirata fanno saltare i ponti sulla Brana, mentre i partigiani della formazione “Agliana” decidono di affrontarli apertamente, in attesa degli Alleati. Col paese ancora in parte occupato dai nazifascisti, il 4 settembre s’insedia la prima giunta comunale, nominata dal CLN.
Buona parte di questa storia ci viene rammentata dalle strade e dai monumenti che ci circondano. Disponiamo di un buon assortimento di liberi pensatori, da Galileo a Giordano Bruno, da Dante a Leonardo; molti i musicisti, tra i quali Gaber e De André decisamente ascrivibili al primo gruppo. Se il versante risorgimentale non lamenta defezioni, piazza Ghandi, assieme a via Assisi e alla scuola intitolata a Capitini, ci insegnano un cammino non violento per l’indipendenza. La pura idealità è tratteggiata sulla via della Libertà, via della Repubblica, piazza della Resistenza, via XXV Aprile, via della Costituzione.
Abbiamo due testimoni diretti della persecuzione totalitaria, Anna Frank e Primo Levi; e un manipolo di ostinati preti di campagna come don Minzoni, don Bosco, don Milani, don Gnocchi – assieme a don Bianchi e don Ceccarelli. I fratelli Cervi, Aldo Moro, Ilaria Alpi e Giacomo Matteotti passano il testimone a Enrico Berlinguer, a Sandro Pertini, a Giorgio la Pira. Sono i nomi che abbiamo deciso di avere come esempio, a sprone ideale delle nostre giornate; alcuni nomi invece non ce li siamo potuti scegliere: sono i nomi dei nostri compaesani che non ci sono più. La maggior parte di essi sono incisi sulle lapidi che decorano l’edificio del vecchio comune; qualcuno ucciso qui, qualcun altro a Montale, qualcuno ancora deportato in Germania. Alcuni erano militari, sorpresi dall’armistizio; altri carabinieri, come quelli ricordati nel monumento a Salvo D’Acquisto.
Molti altri sono nelle pagine dei libri di storia locale, ma lontana settant’anni; molti sono partigiani – quattro di loro ricordati sulle facciate del monumento in piazza della Resistenza. Germano Bellucci è stato ucciso prima del suo ventunesimo compleanno, il 19 settembre del ’43; si trovava a Klana, all’epoca territorio italiano. Al giro di boa dell’otto settembre decise di schierarsi con la resistenza locale. Il suo nome è stato per tanti anni legato al campo sportivo, lo spazio della fiera. Ivan Baranowski, detto Paolo, era invece un prigioniero russo sfuggito ai tedeschi sulla via Fiorentina e riparato presso il gruppo di Agliana: la notte del 3 marzo del ’44 è il più esposto nel corso di un’azione e perde la vita, aveva 26 anni.
La via che unisce San Piero a San Niccolò è intitolata a Magnino Magni: faceva il panettiere, aveva una moglie e due figli – è morto a trent’anni, a Treppio, mentre copriva la ritirata dei compagni, il 17 aprile del ’44, medaglia d’argento al valor militare. Adelmo Santini di anni ne aveva ancora sedici quando il 25 agosto venne fucilato a Villa di Groppoli, sede del comando tedesco, dopo aver resistito tutta la notte all’interrogatorio. Anche a Gino Cecchi, fucilato alla Casa rossa il 14 luglio, assieme a Dino Nerozzi e Elio Tonsoni, è stata dedicata una strada.
Nella foto: inaugurazione del Monumento ai Partigiani in piazza del Comune, 10 marzo 1946.
sabato 30 gennaio 2016
Stazzema, storia dei fascisti che aiutarono le SS: "Travestiti, ma li tradì l'accento"
Dopo la fine della guerra l'ex caporale americano riconosce in un ufficio postale il partigiano che aveva tradito il paese di Sant'Anna di Stazzema consegnandolo ai tedeschi . Brutta storia di collaborazionisti nazisti in un cruento eccidio di vecchi, donne e bambini.
Miracolo a Sant'Anna (film)
Trama
Le indagini su un omicidio compiuto in un ufficio postale di New York, sono lo spunto per raccontare la storia di quattro soldati di una compagnia di afroamericani appartenente alla 92ª Divisione Buffalo che combatté nella Campagna d'Italia lungo la linea gotica. Il soldato Sam Train, che ha raccolto una misteriosa testa marmorea a Firenze, salva un bambino, Angelo Torancelli, orfano dei genitori, uccisi da militari nazisti.
Sam Train decide di portare con sé il bambino, che seguirà lui e gli altri commilitoni. La storia si dipana sulle montagne apuane, tra Sant'Anna, il fiume Serchio e le montagne. Le storie della gente comune si intrecciano con quelle dei partigiani, dei soldati americani e tedeschi e dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, antecedente alle vicende del film, ma collegato ad esso. L'eccidio ebbe luogo il 12 agosto 1944, quando le SS uccisero più di 500 persone, in maggior parte donne e bambini.
Nel film si sostiene che l'eccidio sia la conseguenza di una rappresaglia, e che tutto sia successo per il tradimento di un partigiano, Rodolfo. Alla fine, dopo un aspro combattimento nel paesino che ospitava i quattro soldati della Buffalo, si salveranno soltanto un caporale, Hector Negron, che salverà anche la testa marmorea e il piccolo Angelo.
Il film torna quindi in epoca contemporanea, dove il caporale Hector Negron è sotto processo per l'omicidio dell'ex-partigiano Rodolfo, casualmente comparso davanti ai suoi occhi nell'ufficio postale dove lavorava, e verrà liberato su cauzione grazie all'intervento di Angelo Torancelli, ora diventato un multimiliardario. La testa si scoprirà essere quella della Primavera del Ponte Santa Trinita a Firenze, effettivamente scomparsa nel 1944 e ritrovata solo nel 1961.
ilfattoquotidiano.it
Stazzema, storia dei fascisti che aiutarono le SS: "Travestiti, ma li tradì l'accento"
di Ilaria Lonigro
| La piazza del paese dove avvenne l'eccidio |
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata. Un pensiero che, a distanza di 71 anni, non dà pace a uno dei superstiti, Enio Mancini. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale dell SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali, alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano, disciolto dopo l’8 settembre. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.
I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Del resto Mauro Pieri, Genoveffa Moriconi, Lilia Pardini, Enio Mancini, Renato Bonuccelli, Ada Battistini e molti altri superstiti hanno detto e ripetuto con assoluta certezza di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Nel 1945, a meno di un anno dall’eccidio, lo scrittore Manlio Cancogni, classe 1916, scriveva sulla Nazione del Popolo: “Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto”.
Tra gli accusati di collaborazionismo, c’era Aleramo Garibaldi, che, come ammise alla commissione statunitense che fece le indagini subito dopo i fatti, aveva portato le armi a Sant’Anna, ma negò qualsiasi coinvolgimento attivo. Dopo la guerra, però, una superstite, Maria Luisa Ghilarducci, riconobbe in lui l’uomo che aveva azionato la mitragliatrice contro il suo gruppo. Garibaldi fu scagionato dal fatto che a Sant’Anna furono uccise anche sua moglie e le sue due figlie, che infatti figurano nell’elenco delle vittime.
Ma i sospetti su di lui non sono mai stati cancellati. Al contrario di altri portatori, una volta a Sant’Anna Garibaldi non fu fucilato. Anzi, gli fu dato un lasciapassare tedesco per entrare e uscire dalla città. Tra gli altri presunti collaborazionisti citati nel corso degli anni figurano anche Francesco Gatti ed Egisto Cipriani. Nessuno però fu mai condannato, per insufficienza di prove. A dare il colpo di spugna nel 1946, fu l’amnistia firmata dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, con cui il guardasigilli, in un primo tentativo di pacificazione, condonò i reati di collaborazionismo e di concorso in omicidio compiuti dopo l’8 settembre.
Sant’Anna non è stata l’unica strage nazista che porta il marchio dei collaborazionisti. In altri casi, intervennero, a fianco dei nazisti, vere e proprie formazioni fasciste, come la Decima Mas a Guadine e a Forno, la Brigata Nera Apuana a Vinca e a Bergiola, la Brigata Nera di Lucca in Garfagnana e a Camaiore.
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