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domenica 26 gennaio 2020
Olocausto : Giornata della memoria (mia playlist)
Dalle testimonianze dei sopravvissuti al processo di Norimberga di (alcuni) gerarchi nazisti. Molti riuscirono a scappare in Sud America.
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domenica 29 settembre 2019
mercoledì 25 aprile 2018
Anniversario 25 Aprile : Partigiani nazionali e locali
di Marco Bagnoli
settembre 2014

Roma venne liberata il 4 giugno del ’44, Firenze l’11 agosto. All’indomani della liberazione di Milano si contano più di diecimila vittime tra la popolazione civile; la Toscana è uno dei territori maggiormente colpiti: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l’aprile e l’agosto del 1944, furono più di 280, i comuni interessati 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500, cui devono essere aggiunte diverse migliaia di morti tra i partigiani. Il 2 e 3 settembre del ‘44 i Tedeschi in ritirata fanno saltare i ponti sulla Brana, mentre i partigiani della formazione “Agliana” decidono di affrontarli apertamente, in attesa degli Alleati. Col paese ancora in parte occupato dai nazifascisti, il 4 settembre s’insedia la prima giunta comunale, nominata dal CLN.
Buona parte di questa storia ci viene rammentata dalle strade e dai monumenti che ci circondano. Disponiamo di un buon assortimento di liberi pensatori, da Galileo a Giordano Bruno, da Dante a Leonardo; molti i musicisti, tra i quali Gaber e De André decisamente ascrivibili al primo gruppo. Se il versante risorgimentale non lamenta defezioni, piazza Ghandi, assieme a via Assisi e alla scuola intitolata a Capitini, ci insegnano un cammino non violento per l’indipendenza. La pura idealità è tratteggiata sulla via della Libertà, via della Repubblica, piazza della Resistenza, via XXV Aprile, via della Costituzione.
Abbiamo due testimoni diretti della persecuzione totalitaria, Anna Frank e Primo Levi; e un manipolo di ostinati preti di campagna come don Minzoni, don Bosco, don Milani, don Gnocchi – assieme a don Bianchi e don Ceccarelli. I fratelli Cervi, Aldo Moro, Ilaria Alpi e Giacomo Matteotti passano il testimone a Enrico Berlinguer, a Sandro Pertini, a Giorgio la Pira. Sono i nomi che abbiamo deciso di avere come esempio, a sprone ideale delle nostre giornate; alcuni nomi invece non ce li siamo potuti scegliere: sono i nomi dei nostri compaesani che non ci sono più. La maggior parte di essi sono incisi sulle lapidi che decorano l’edificio del vecchio comune; qualcuno ucciso qui, qualcun altro a Montale, qualcuno ancora deportato in Germania. Alcuni erano militari, sorpresi dall’armistizio; altri carabinieri, come quelli ricordati nel monumento a Salvo D’Acquisto.
Molti altri sono nelle pagine dei libri di storia locale, ma lontana settant’anni; molti sono partigiani – quattro di loro ricordati sulle facciate del monumento in piazza della Resistenza. Germano Bellucci è stato ucciso prima del suo ventunesimo compleanno, il 19 settembre del ’43; si trovava a Klana, all’epoca territorio italiano. Al giro di boa dell’otto settembre decise di schierarsi con la resistenza locale. Il suo nome è stato per tanti anni legato al campo sportivo, lo spazio della fiera. Ivan Baranowski, detto Paolo, era invece un prigioniero russo sfuggito ai tedeschi sulla via Fiorentina e riparato presso il gruppo di Agliana: la notte del 3 marzo del ’44 è il più esposto nel corso di un’azione e perde la vita, aveva 26 anni.
La via che unisce San Piero a San Niccolò è intitolata a Magnino Magni: faceva il panettiere, aveva una moglie e due figli – è morto a trent’anni, a Treppio, mentre copriva la ritirata dei compagni, il 17 aprile del ’44, medaglia d’argento al valor militare. Adelmo Santini di anni ne aveva ancora sedici quando il 25 agosto venne fucilato a Villa di Groppoli, sede del comando tedesco, dopo aver resistito tutta la notte all’interrogatorio. Anche a Gino Cecchi, fucilato alla Casa rossa il 14 luglio, assieme a Dino Nerozzi e Elio Tonsoni, è stata dedicata una strada.
Nella foto: inaugurazione del Monumento ai Partigiani in piazza del Comune, 10 marzo 1946.
settembre 2014

Roma venne liberata il 4 giugno del ’44, Firenze l’11 agosto. All’indomani della liberazione di Milano si contano più di diecimila vittime tra la popolazione civile; la Toscana è uno dei territori maggiormente colpiti: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l’aprile e l’agosto del 1944, furono più di 280, i comuni interessati 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500, cui devono essere aggiunte diverse migliaia di morti tra i partigiani. Il 2 e 3 settembre del ‘44 i Tedeschi in ritirata fanno saltare i ponti sulla Brana, mentre i partigiani della formazione “Agliana” decidono di affrontarli apertamente, in attesa degli Alleati. Col paese ancora in parte occupato dai nazifascisti, il 4 settembre s’insedia la prima giunta comunale, nominata dal CLN.
Buona parte di questa storia ci viene rammentata dalle strade e dai monumenti che ci circondano. Disponiamo di un buon assortimento di liberi pensatori, da Galileo a Giordano Bruno, da Dante a Leonardo; molti i musicisti, tra i quali Gaber e De André decisamente ascrivibili al primo gruppo. Se il versante risorgimentale non lamenta defezioni, piazza Ghandi, assieme a via Assisi e alla scuola intitolata a Capitini, ci insegnano un cammino non violento per l’indipendenza. La pura idealità è tratteggiata sulla via della Libertà, via della Repubblica, piazza della Resistenza, via XXV Aprile, via della Costituzione.
Abbiamo due testimoni diretti della persecuzione totalitaria, Anna Frank e Primo Levi; e un manipolo di ostinati preti di campagna come don Minzoni, don Bosco, don Milani, don Gnocchi – assieme a don Bianchi e don Ceccarelli. I fratelli Cervi, Aldo Moro, Ilaria Alpi e Giacomo Matteotti passano il testimone a Enrico Berlinguer, a Sandro Pertini, a Giorgio la Pira. Sono i nomi che abbiamo deciso di avere come esempio, a sprone ideale delle nostre giornate; alcuni nomi invece non ce li siamo potuti scegliere: sono i nomi dei nostri compaesani che non ci sono più. La maggior parte di essi sono incisi sulle lapidi che decorano l’edificio del vecchio comune; qualcuno ucciso qui, qualcun altro a Montale, qualcuno ancora deportato in Germania. Alcuni erano militari, sorpresi dall’armistizio; altri carabinieri, come quelli ricordati nel monumento a Salvo D’Acquisto.
Molti altri sono nelle pagine dei libri di storia locale, ma lontana settant’anni; molti sono partigiani – quattro di loro ricordati sulle facciate del monumento in piazza della Resistenza. Germano Bellucci è stato ucciso prima del suo ventunesimo compleanno, il 19 settembre del ’43; si trovava a Klana, all’epoca territorio italiano. Al giro di boa dell’otto settembre decise di schierarsi con la resistenza locale. Il suo nome è stato per tanti anni legato al campo sportivo, lo spazio della fiera. Ivan Baranowski, detto Paolo, era invece un prigioniero russo sfuggito ai tedeschi sulla via Fiorentina e riparato presso il gruppo di Agliana: la notte del 3 marzo del ’44 è il più esposto nel corso di un’azione e perde la vita, aveva 26 anni.
La via che unisce San Piero a San Niccolò è intitolata a Magnino Magni: faceva il panettiere, aveva una moglie e due figli – è morto a trent’anni, a Treppio, mentre copriva la ritirata dei compagni, il 17 aprile del ’44, medaglia d’argento al valor militare. Adelmo Santini di anni ne aveva ancora sedici quando il 25 agosto venne fucilato a Villa di Groppoli, sede del comando tedesco, dopo aver resistito tutta la notte all’interrogatorio. Anche a Gino Cecchi, fucilato alla Casa rossa il 14 luglio, assieme a Dino Nerozzi e Elio Tonsoni, è stata dedicata una strada.
Nella foto: inaugurazione del Monumento ai Partigiani in piazza del Comune, 10 marzo 1946.
sabato 30 gennaio 2016
Stazzema, storia dei fascisti che aiutarono le SS: "Travestiti, ma li tradì l'accento"
Dopo la fine della guerra l'ex caporale americano riconosce in un ufficio postale il partigiano che aveva tradito il paese di Sant'Anna di Stazzema consegnandolo ai tedeschi . Brutta storia di collaborazionisti nazisti in un cruento eccidio di vecchi, donne e bambini.
Miracolo a Sant'Anna (film)
Trama
Le indagini su un omicidio compiuto in un ufficio postale di New York, sono lo spunto per raccontare la storia di quattro soldati di una compagnia di afroamericani appartenente alla 92ª Divisione Buffalo che combatté nella Campagna d'Italia lungo la linea gotica. Il soldato Sam Train, che ha raccolto una misteriosa testa marmorea a Firenze, salva un bambino, Angelo Torancelli, orfano dei genitori, uccisi da militari nazisti.
Sam Train decide di portare con sé il bambino, che seguirà lui e gli altri commilitoni. La storia si dipana sulle montagne apuane, tra Sant'Anna, il fiume Serchio e le montagne. Le storie della gente comune si intrecciano con quelle dei partigiani, dei soldati americani e tedeschi e dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, antecedente alle vicende del film, ma collegato ad esso. L'eccidio ebbe luogo il 12 agosto 1944, quando le SS uccisero più di 500 persone, in maggior parte donne e bambini.
Nel film si sostiene che l'eccidio sia la conseguenza di una rappresaglia, e che tutto sia successo per il tradimento di un partigiano, Rodolfo. Alla fine, dopo un aspro combattimento nel paesino che ospitava i quattro soldati della Buffalo, si salveranno soltanto un caporale, Hector Negron, che salverà anche la testa marmorea e il piccolo Angelo.
Il film torna quindi in epoca contemporanea, dove il caporale Hector Negron è sotto processo per l'omicidio dell'ex-partigiano Rodolfo, casualmente comparso davanti ai suoi occhi nell'ufficio postale dove lavorava, e verrà liberato su cauzione grazie all'intervento di Angelo Torancelli, ora diventato un multimiliardario. La testa si scoprirà essere quella della Primavera del Ponte Santa Trinita a Firenze, effettivamente scomparsa nel 1944 e ritrovata solo nel 1961.
ilfattoquotidiano.it
Stazzema, storia dei fascisti che aiutarono le SS: "Travestiti, ma li tradì l'accento"
di Ilaria Lonigro
| La piazza del paese dove avvenne l'eccidio |
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata. Un pensiero che, a distanza di 71 anni, non dà pace a uno dei superstiti, Enio Mancini. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale dell SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali, alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano, disciolto dopo l’8 settembre. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.
I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Del resto Mauro Pieri, Genoveffa Moriconi, Lilia Pardini, Enio Mancini, Renato Bonuccelli, Ada Battistini e molti altri superstiti hanno detto e ripetuto con assoluta certezza di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Nel 1945, a meno di un anno dall’eccidio, lo scrittore Manlio Cancogni, classe 1916, scriveva sulla Nazione del Popolo: “Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto”.
Tra gli accusati di collaborazionismo, c’era Aleramo Garibaldi, che, come ammise alla commissione statunitense che fece le indagini subito dopo i fatti, aveva portato le armi a Sant’Anna, ma negò qualsiasi coinvolgimento attivo. Dopo la guerra, però, una superstite, Maria Luisa Ghilarducci, riconobbe in lui l’uomo che aveva azionato la mitragliatrice contro il suo gruppo. Garibaldi fu scagionato dal fatto che a Sant’Anna furono uccise anche sua moglie e le sue due figlie, che infatti figurano nell’elenco delle vittime.
Ma i sospetti su di lui non sono mai stati cancellati. Al contrario di altri portatori, una volta a Sant’Anna Garibaldi non fu fucilato. Anzi, gli fu dato un lasciapassare tedesco per entrare e uscire dalla città. Tra gli altri presunti collaborazionisti citati nel corso degli anni figurano anche Francesco Gatti ed Egisto Cipriani. Nessuno però fu mai condannato, per insufficienza di prove. A dare il colpo di spugna nel 1946, fu l’amnistia firmata dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, con cui il guardasigilli, in un primo tentativo di pacificazione, condonò i reati di collaborazionismo e di concorso in omicidio compiuti dopo l’8 settembre.
Sant’Anna non è stata l’unica strage nazista che porta il marchio dei collaborazionisti. In altri casi, intervennero, a fianco dei nazisti, vere e proprie formazioni fasciste, come la Decima Mas a Guadine e a Forno, la Brigata Nera Apuana a Vinca e a Bergiola, la Brigata Nera di Lucca in Garfagnana e a Camaiore.
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