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domenica 4 agosto 2019

Festeggiamenti Francesco Ferrucci (1489 - 1530) - Gavinana (PT)


it.wikipedia.org

Francesco Ferrucci


Uffizi 16, Francesco Ferrucci.JPG
Statua rappresentante Francesco Ferrucci, nel loggiato degli Uffizi
 
 
14 agosto 1489 – 3 agosto 1530
Nato aFirenze
Morto aGavinana
Dati militari
Paese servitoRepubblica Fiorentina
Anni di servizio1527-1530
GradoCommissario generale
GuerreGuerra della Lega di Cognac
BattaglieBattaglia di Gavinana



Effigie di Francesco Ferrucci in un francobollo coloniale italiano del 1930



Raffigurazione di Francesco Ferrucci all'assedio di Volterra in un francobollo coloniale italiano del 1930


Francesco Ferrucci, noto anche come Francesco Ferruccio[2] (Firenze, 14 agosto 1489Gavinana, 3 agosto 1530), è stato un condottiero italiano, al servizio della Repubblica di Firenze.

 

Biografia

I primi anni


Maramaldo uccide Ferrucci, francobollo delle poste italiane emesso per il 4º centenario della morte di Francesco Ferrucci - 10 luglio 1930


Francesco Ferrucci era nato a Firenze il 14 agosto del 1489 da una famiglia di mercanti in una casa ancor oggi esistente in via Santo Spirito dove, dopo la sua morte fu posta una targa commemorativa. Suo padre lo avrebbe voluto mercante ma il suo carattere impulsivo e deciso gli faceva preferire la caccia alla mercatura. Da ragazzo aveva fatto parte dei “fanciulli del Savonarola”, capeggiando la parte più intollerante nel sequestrare e distruggere gli oggetti accusati di essere espressione di lusso, "impudicizia" o paganesimo.

Una sua descrizione fisica la fornisce Filippo Sacchetti: "Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi lacrimanti, colore vivo, lieto nell'aspetto, scarzo nelle membra...". Dotato di carattere esuberante, era propenso a far valere le proprie ragioni con la violenza. Nonostante questo, però, riuscì nel 1519 ad assumere l'incarico di podestà a Larciano, nel 1523 a Campi Bisenzio e nel 1526 a Radda in Chianti. Quando i Medici vennero cacciati da Firenze, nel 1527, Francesco, all'età di trentotto anni, entrò a far parte delle famose "Bande Nere".

Nelle complicate vicende belliche e politiche di quel periodo, Firenze si trovò ad essere seriamente minacciata dall'esercito dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo, col quale il papa Clemente VII aveva creato un'alleanza nella speranza di restaurare nella capitale toscana la sua casata, quella dei Medici.

 

 

Commissario di Empoli

Nel 1528, Donato Giannotti, successore di Niccolò Machiavelli come storico e come segretario dei “Dieci della Guerra”, conscio dell'esperienza bellica del Ferrucci, lo nominò Commissario ad Empoli, castello importantissimo per il vettovagliamento dei centomila abitanti di Firenze.

Ad Empoli Ferrucci si distinse nei preparativi che precedettero l'Assedio di Firenze: fortificò le sponde dell'Arno, per permettere l'arrivo dei rifornimenti a Firenze anche in caso di assedio, radunò vettovaglie d'ogni tipo, curò l'addestramento delle poche milizie a sua disposizione ed infine fece tagliare alla base le torri perimetrali della cinta muraria per impedire che i tiri d'artiglieria le facessero rovinare creando dei ponti di macerie sui quali la fanteria nemica avrebbe potuto superare le mura.

 

 

L'assedio di Volterra

Tali preparativi furono completati appena poco prima che l'esercito imperiale, composto principalmente da Lanzichenecchi e altre truppe mercenarie, sotto il comando di Filiberto d'Orange, sconfitte le truppe fiorentine a Perugia e conquistata Arezzo, ponessero l'assedio a Firenze.

Poco tempo dopo, Volterra si ribellò a Firenze e la Signoria, con la nomina a Commissario di Campagna delle genti dei fiorentini, impose a Francesco Ferrucci di lasciare momentaneamente il caposaldo empolese per riconquistare la città.
Al tramonto del 27 aprile 1530, l'esercito di Ferrucci, composto da 4 compagnie di cavalleria e 7 di fanteria, assalì i bastioni e le trincee che bloccavano via della Fiorenzuola e dopo una sanguinosa battaglia, cui partecipò in prima linea lo stesso comandante, espugnò le posizioni dei volterrani.

A questo punto il Ferrucci non si fermò ma cominciò l'assalto alle posizioni nemiche presso piazza di Sant'Agostino conquistandole non senza lotta finché la notte interruppe i combattimenti.
La mattina seguente, Ferrucci inviò un messo ai volterrani minacciando che avrebbe messo a ferro e fuoco la città se questa non fosse ritornata all'obbedienza di Firenze. I volterrani, esausti dai combattimenti e privi di rinforzi, accettarono.

Poco tempo dopo, giunse a Volterra un distaccamento dell'esercito spagnolo, agli ordini di Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura, che pose prontamente l'assedio alla città ma, prima di iniziare la battaglia, il mercenario calabrese inviò un messo, altri affermano un tamburino, per intimare la resa a Ferrucci. Questi impose al messo di ritirarsi immediatamente aggiungendo che lo avrebbe impiccato se si fosse ripresentato.
Pochi giorni dopo Maramaldo inviò nuovamente presso la città quello stesso messaggero con l'incarico di seminare discordie tra i cittadini al che Ferrucci mantenne la parola e lo impiccò facendo infuriare Maramaldo.

Questi, trasferito il suo campo a San Giusto, comandò di scavare delle trincee per avvicinarsi alle mura ma una sortita dei difensori gli impedì di compiere l'opera.
Nel frattempo, il 29 maggio, Andrea Giugni, commissario di Empoli, corrotto dall'oro imperiale, dopo un breve assedio consegnò la città che fu violentemente saccheggiata. Il 13 giugno il Maramaldo, ricevuti come rinforzi le truppe di ritorno da Empoli, tentò un nuovo assalto a Volterra ma Ferrucci, sebbene ferito non cedette, imponendosi anzi sul nemico cui la sconfitta costò oltre 500 morti. La settimana seguente, dopo un altro assalto, ancora una volta fallito, Maramaldo lasciava Volterra per Firenze, carico di odio e rancore verso Ferrucci per l'umiliante disfatta.

Intanto la vittoria di Volterra entusiasmò i fiorentini, i quali ebbero modo di confrontare la condotta di Ferrucci con quella del Comandante Generale Malatesta Baglioni, sul quale ogni giorno di più s'addensavano sospetti di tradimento.

 

 

La battaglia di Gavinana


Francesco Ferrucci in un dipinto di Filippo Cianfanelli, esposto attualmente nella Sala delle Miniature di Palazzo Vecchio a Firenze



Dopo la battaglia, Francesco Ferrucci si ritirò a Pisa dove ricevette l'ordine dalla Repubblica Fiorentina di raccogliere più uomini possibile per poi tagliare i rifornimenti all'esercito imperiale ed infine tentare la liberazione della città mentre contemporaneamente la guarnigione sarebbe uscita per attaccare la retroguardia degli imperiali.

Il piano non era sbagliato, ma Malatesta Baglioni non ebbe fiducia nel progetto e propose invece al nemico patti di resa, dando così allo stesso comandante degli imperiali, Filiberto di Chalons, principe d'Orange, tempo sufficiente per abbandonare le colline a sud di Firenze per andare incontro alle truppe del Ferrucci. Poiché la via che risaliva da Pisa lungo il corso dell'Arno era ormai in mano alle truppe imperiali, Ferrucci fu costretto, nonostante la precaria salute[3], a salire verso l'Appennino, passando da Collodi.
Nell'ultima lettera di Francesco Ferrucci si legge:

«"Siamo allì 2 d' Agosto, e ci troviamo a Calamec, ed intendiamo Fabrizio che marcia alla volta di costà: domattina, piacendo a Dio, marceremo alla volta del Montale; e ci bisognerà, a voler pascere la gente, sforzar qualche luogo, perché non troviamo corrispondenza di vettovaglia. Francesco Ferrucci general Commissario".[4]»

Ferrucci, dopo aver fatto un consiglio di guerra a San Marcello Pistoiese, il 3 agosto 1530 uscì in campo aperto e tentò un ultimo scontro per spezzare l'assedio in quella che divenne la battaglia di Gavinana. Il capo delle truppe imperiali Filiberto di Chalons venne ucciso nel combattimento da due colpi di archibugio, ma Ferrucci venne sopraffatto da forze preponderanti, rimase di nuovo ferito e con i pochi superstiti si arrese decretando la fine della battaglia. Fabrizio Maramaldo si fece condurre il prigioniero sulla piazza di Gavinana ed ordinò:
«Ammazzatelo chillo poltrone, per l'anima del tamburino quale impiccò a Volterra![5]
Poiché i soldati non osarono alzare le mani sul comandante fiorentino ferito, lo disarmò e contro tutte le regole della cavalleria si vendicò delle offese precedenti, ferendolo a sangue freddo e lasciandolo poi trucidare dai suoi soldati.[6] Le cronache tra loro non concordano sul tipo di ferita inferta a Ferrucci, che viene indicata alternativamente al petto, o alla gola, o al viso, mentre tutte riportano che Francesco Ferrucci prima di spirare gli abbia rivolto con disprezzo le celebri parole:
«Vile, tu uccidi un uomo morto!»
o più fiorentinamente

Lo storico Paolo Giovio (1483-1552), invece, descrisse in questi termini il dialogo tra Fabrizio Maramaldo e Francesco Ferrucci:
«Poi il Ferruccio, così armato com'e gli era, fu menato dinanzi al Maramaldo. Allora il signor Fabrizio gli disse: pensasti tu mai quando crudelmente e contra l'usanza della guerra, tu impiccasti il mio tamburino a Volterra, dovermi venir nelle mani? Rispose egli: questa è una delle sorti che porta la guerra, la quale guerreggiando a te può ancora avvenire; ma quando anco tu m'ammazzi, non perciò né utile né onorata lode t'acquisterai della mia morte. Il signor Fabrizio tuttavia... gli fece cavare la celata e la corazza e gli passò la spada nella gola.»

Dieci giorni dopo Firenze si arrese agli imperiali e dovette accettare il rientro dei Medici.
Il sacrificio di Ferrucci è diventato, in epoca risorgimentale, emblema del sentimento di orgoglio nazionale, e il nome del suo aggressore (Maramaldo) è divenuto, per antonomasia, sinonimo di "uomo malvagio, spavaldo e prepotente soprattutto con i deboli, gli indifesi, gli sconfitti"[8] (essere un "maramaldo", atto "maramaldesco").

Commemorazioni

  • Il condottiero fiorentino è citato nella quarta strofa dell'Inno di Mameli:
«Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.»

  • Nella piazza centrale di Gavinana, oggi una frazione del comune di San Marcello Piteglio, si può ammirare, dal 22 agosto 1920[9][10], la statua equestre del condottiero fiorentino, opera dello scultore suo concittadino Emilio Gallori.
  • Nell'agosto 1929, in vista del quattrocentenario della morte, fu acquistata e restaurata la casa ex Battistini nella Piazza principale di Gavinana, sulla cui soglia, secondo la tradizione, Ferrucci morì.
  • La sua casa natale si trova a Firenze in via Santo Spirito (zona Oltrarno) ed è segnalata da una targa commemorativa.
  • A San Marcello Pistoiese, una targa commemorativa di un edificio sito in via Roma ricorda il suo breve passaggio in paese.

Note

  1. ^ L'effige però non è realistica in quanto, per omaggiare il duce, i tratti somatici di Ferrucci sono identici a quelli di Benito Mussolini
  2. ^ Francesco Domenico Guerrazzi, Vita di Francesco Ferruccio, Milano, M. Guigoni, 1865.
  3. ^ Era già debilitato da una ferita ad un ginocchio, che si era procurato a Volterra e che stentava a rimarginarsi ed era inoltre convalescente per una febbre malarica contratta in Maremma
  4. ^ Ultima lettera di Francesco Ferrucci,Eugenio Alberi, Documenti sull'Assedio di Firenze,1840.
  5. ^ Informatore - Maramaldi e condottieri - Unicoop Firenze
  6. ^ Deputazione napoletana di storia patria, Naples, Società napoletana di storia patria, Archivio storico per le province napoletane, Volume 3, Detken & Rocholl e F. Giannini, 1818.
  7. ^ Aldo Valori, La difesa della Repubblica fiorentina, Vallecchi, 1929
  8. ^ voce: maramaldo, Treccani.it
  9. ^ Gravinana: Monumento Equestre a Francesco Ferrucci, su gavinana.com. URL consultato il 17 marzo 2009.
  10. ^ Miliziade Ricci, Per la gloria di Francesco Ferrucci: inaugurandosi il monumento equestre a Gavinana[collegamento interrotto], Gavinana: Comitato dei festeggiamenti a Ferrucci, 1920 (Pistoia: Pacinotti), 1920, pp. 76 pag.. URL consultato il 17 marzo 2009.


venerdì 23 agosto 2013

L'assedio di Firenze (1529-1530)



L'esercito imperiale di Carlo V, il più potente dell'epoca, assediò Firenze con l'intenzione di saccheggiarla come già era successo a Roma. L'orgoglio e l'audacia dei fiorentini però riuscì ad impedire che le truppe imperiali entrassero in città. Il loro potente esercito dovette accontentarsi di una resa di Firenze che dovette trasformarsi da repubblicana  in Ducato di Toscana ma niente saccheggio, niente bottino da spartire e molto probabilmente niente stupri. Per una volta dovettero tornarsene indietro a testa bassa.




L'assedio di Firenze, affresco in Palazzo Vecchio



L'Assedio di Firenze del 1529-1530 fu l'atto finale della imposizione del predominio spagnolo in Italia per opera di Carlo V.
Avendo piegato le ultime resistenze alla sua politica egemonica col Sacco di Roma e la resa di Papa Clemente VII alla cui signoria Firenze si era ribellata, allo scopo di contentare il nuovo alleato e farsi perdonare l'inaudito attacco al papato, Carlo V dovette, pur con scarso entusiasmo, adattarsi a ristabilire la famiglia Medici sul trono ducale.

L'Assedio

Dopo alcune battaglie di avvicinamento le truppe imperiali iniziarono l'assedio il 14 ottobre 1529; la feroce quanto inaspettata resistenza della ricca città e di alcune fortezze del contado, la lunghezza dell'assedio, la morte in battaglia di alcuni tra i migliori comandanti dell'esercito imperiale, il timore che le gesta dei difensori ispirassero altre città alla ribellione indussero gli assedianti ad intavolare trattative per una resa onorevole della città, che escludevano il saccheggio e la sottrazione di territorio al governo cittadino.
Della difesa della città fu incaricato in qualità di Capitano Generale Malatesta IV Baglioni che in realtà mirava principalmente ad ingraziarsi il papa per tornare in possesso della città di Perugia, arrivando probabilmente a tradire il prode capitano Francesco Ferrucci nella battaglia di Gavinana, unica importante ma disastrosa sconfitta per le truppe fiorentine nelle vicinanze della città.
Sicuramente il Baglioni forzò la resa della città: estromesso dal comando in quanto oramai vi erano forti dubbi sulla sua condotta, si ribellò ed introdusse in città una piccola pattuglia di imperiali che conquistò Porta Romana e voltò le artiglierie verso la città; i fiorentini non reagirono compatti e ciò portò alla resa, firmata il 12 agosto 1530 presso la Chiesa di Santa Margherita a Montici.
Altro importante personaggio che collaborò alla difesa della città fu Michelangelo Buonarroti, che venne incaricato di rafforzare le fortificazioni. Prima si dedicò con tutto l'impegno all'opera, salvo fuggire dalla città per poi rientrarvi quando era già assediata, a rischio della vita; al momento della resa dovette restare nascosto a lungo per sfuggire alla collera del papa. Molti suoi disegni di fortificazioni ancora conservati, che rappresentano una pietra miliare negli studi teorici sulla fortificazione alla moderna, si riferiscono alle opere esterne delle mura di Firenze; non sappiamo però in che misura questi disegni siano stati tradotti in reali strutture.
Durante l'assedio, a scherno degli assedianti fu giocata una storica partita di calcio che ogni anno viene rievocato nella storica sede di piazza Santa Croce.
Con la caduta della repubblica fiorentina tornarono al potere i Medici, tutta la penisola italiana (tranne Firenze e il suo ducato mediceo) e buona parte dell'Europa era ora sotto il controllo di Carlo V.

Esito

Dopo quasi un anno di assedio, gli assedianti decisero di porre fine alla conquista della repubblica fiorentina, anche perché ormai Carlo V era privo dei suoi migliori comandati, inoltre aveva già perso un elevato numero di truppe e risorse. Il governo fiorentino, avendo da poco perso il prode capitano Francesco Ferrucci, decise di accettare la resa onorevole, anche perché ormai Firenze era divisa fra chi voleva continuare la difesa della repubblica e fra chi preferiva il ritorno dei Medici.
Quindi, 12 agosto 1530 presso la Chiesa di Santa Margherita a Montici, i principali rappresentati dei due eserciti firmarono la resa onorevole, ponendo fine alle azioni belliche.
Firenze riuscì quindi a mantenere la propria indipendenza, anche se non più in forma repubblicana, dato che col ritorno dei medici si creò il Ducato di Toscana, divenuto poi Granducato di Toscana 



GLI ULTIMI GLADIATORI :
CALCIO STORICO FIORENTINO

 





Come descritto precedentemente il calcio storico si esibì in segno di scherno verso il potentissimo esercito imperiale che stava assediando la città. La partita si giocò in  piazza Santa Croce e qualcuno, come ulteriore presa per i fondelli al nemico, si mise a suonare sul tetto della basilica come a dire "toh! Guardate quanta paura ci fate!". Qualcuno degli imperiali, inneverosito da tanta impudenza ed irriverenza, sparò un colpo di cannone verso i musicisti ma la palla volò sulle loro teste sfiorandoli solamente e atterrò sulla parte opposta della chiesa; non fu fatto alcun danno, e fu accolto dallo scherno della folla (della serie "ah ah, non ci avete preso" e sicuramente da qualche gesto appropriato) e dal clamore degli strumenti.
Ho avuto modo di vedere il corteggio storico ed i giocatori in fondo al corteo sfilando  a pochi metri e sinceramente non vorrei mai trovarmeli davanti. D'altra parte vengono scelti apposta per il tipo di "gioco" e loro stessi sanno a cosa vanno incontro essendo consapevoli che non verranno trattati a rose e fiori.
Spinte, sputi, minacce, sgambetti, prese da lotta libera, pugni nel viso ecc. nonostante esista un regolamento scritto. Ogni tanto si vede "volare" qualcuno ricadendo in terra e sbattendo una boccata sulla rena per avere ricevuto un colpo a tradimento (uno dei tanti). Sinceramente non ho mai visto una partita in persona perchè non mi va di vedere lottare gladiatori nell'arena ; si perchè a differenza dei gladiatori dell'antica Roma qui non ci sono armi ma si usano lo stesso le mani e non poco (vedere il video in fondo - NB) ed il sangue scorre ugualmente.

 
MYSTERIUM

 

 

   

  

 

 

 

 

 

FOLCLORE A FIRENZE




IL GIOCO STORICO DEL "CALCIO IN COSTUME"

Il gioco del Calcio in Costume (anche detto "Calcio Storico Fiorentino") non ha nessuna rassomiglianza con il gioco del calcio. Fu probabilmente inventato negli accampamenti militari dove i soldati si riposavano tra una battaglia e un'altra, perché facessero esercizio in modo da non perdere la loro forza. Questo era un gioco che sviluppava i muscoli delle braccia e delle gambe in una lotta a corpo a corpo per la contesa di qualcosa che aveva la misura e la forma di una palla da cannone.
All'inizio, a Firenze, non veniva praticato come sport, bensì come allenamento per i giovani nell'arte del combattimento. La partita più famoso fu probabilmente quella giocata il 17 Febbraio del 1530 in Piazza Santa Croce. I fiorentini avevano approfittato del Sacco di Roma effettuato dall'esercito imperiale nel 1527 per confinare i Medici fuori dalla città per la seconda volta e rispondere solo alla sovranità del Cristo e della Vergine, determinati a difendere Firenze fino alla fine contro l'esercito imperiale spiegato da Papa Clemente VII. L'armata imperiale, la più potente al tempo, assediò Firenze dall'estate del 1529 all'estate dell'anno seguente. Fu un assedio memorabile, che divenne sempre più duro; la città cominciò a sentire la scarsità del cibo, sebbene la sensazione generale fosse comunque positiva, come riassunto dalle scritte sui muri: poveri ma liberi. E' in questa atmosfera che il gioco del Calcio in Costume iniziò, a metà Febbraio, non solo per la tradizione antica di giocare durante il Carnevale, ma anche come dimostrazione del disprezzo della città per le truppe assedianti che consideravano Firenze oramai esausta e sconfitta. Per enfatizzare questo disprezzo, un gruppo di musicisti suonò sul tetto di Santa Croce cosicchè i nemici potessero avere una più chiara idea di ciò che stava succedendo. Improvvisamente una palla di cannone delle batterie imperiali volò sulle teste dei musicisti e atterrò sulla parte opposta della chiesa; non fu fatto alcun danno, e fu accolto dallo scherno della folla e dal clamore degli strumenti. Non sono rimasti registri su chi vinse la partita, forse perché fu sentito più come uno sforzo comune contro il nemico che un torneo contro le squadre. Nonostante il successo della partita , la città presto capitolò e il dominio di ferro dei Medici tornò.

Le partite si giocarono per lo più senza interruzione fino alla fine del Diciottesimo secolo e solo nel Maggio del 1930, nel quarto centenario dell'assedio di Firenze, la storica manifestazione ricominciò. Oggigiorno vengono giocate tre partite da squadre provenienti dai quattro maggiori vicinati di Firenze in Piazza Santa Croce il 16, 24 e 30 di giugno per la ricorrenza del Santo Patrono. Dopo la lunga sfilata presieduta dai nobili a cavallo, partita da Santa Maria Novella e culminata in Piazza Santa Croce, il gioco inizia con le urla di Viva Firenze! È un'ora di continua lotta, attacchi, tafferugli, colpi e grovigli di corpi vestiti in abiti del Quindicesimo secolo. Tutto ciò per rievocare la famosa partita del 1530, nel desiderio di rivivere e ricordare una pagina memorabile della gloriosa storia di Firenze.
Dal 2006 l'evento è stato cancellato, come si può leggere da uno stralcio preso dai documenti della quinta commissione consiliare, cultura e sport:
"... la manifestazione fiorentina, sospesa per decisione della Giunta a causa delle note vicende che hanno compromesso la prima sfida di inaugurazione dell'edizione 2006. Gli episodi di violenza gratuita nel disprezzo di qualsiasi regola che si sono verificati in quell'occasione hanno gettato discredito sul calcio storico al punto da richiedere uno sforzo di tutto il Comune di Firenze per aprire una fase di radicale cambiamento di questa importante manifestazione culturale e sportiva..."
Website - Per saperne di più: http://www.calciostorico.it/


"Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare"
Benito Mussolini