In un articolo precedente sullo scoppio della prima guerra mondiale, avevo già accennato alla bicicletta che usavano i bersaglieri tra cui anche mio nonno. In questo video viene appositamente descritto il corpo Bersaglieri ciclisti e le relative imprese.
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giovedì 25 agosto 2022
martedì 23 agosto 2022
Lo scoppio della prima guerra mondiale
Mio nonno combatté la prima guerra mondiale nel corpo dei Bersaglieri. Fu un eroe perché salvò il proprio capitano ferito durante un assalto. Lo prese in spalla e lo riportò in salvo nella trincea sotto il fuoco delle pallottole e delle cannonate salvandogli la vita ma rischiando la sua.
Purtroppo il plotone in cui aveva amici che conosceva da anni morirono dilaniati dalle bombe.
Dallo shock perse tutti i capelli. I Bersaglieri usavano la loro famosa bicicletta pieghevole per portarla in spalla, senza fari per non farsi vedere dal nemico e senza freni; per rallentare pedalavano in senso contrario.
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| MIO NONNO, EROE DI GUERRA |
domenica 10 aprile 2022
sabato 25 gennaio 2020
Film e storia : 1917
Questo film mi ha fatto ritornare in mente mio nonno (vedere relativo articolo di questo blog MIO NONNO EROE DELLA GRANDE GUERRA). L'orribile vita di trincea e l'orrore di ogni giorno. Trailer del film in fondo all'articolo.
Trama
Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, due giovani soldati britannici stanziati nel nord della Francia vengono incaricati di consegnare un dispaccio che avverte di un imminente attacco a sorpresa dell'esercito tedesco ritiratosi oltre la Linea Hindenburg. Per salvare le vite di oltre 1600 commilitoni, tra cui il fratello di uno di loro, i due cominciano una solitaria corsa contro il tempo attraverso il fronte occidentale, avventurandosi in territorio nemico.Produzione
Per il film, Sam Mendes si è ispirato ai racconti di guerra di suo nonno Alfred Hubert Mendes, che aveva combattuto per due anni sul fronte francese servendo nella 1st Rifle Brigade.[1][2] Per la stesura della sceneggiatura ha collaborato con la sceneggiatrice scozzese Krysty Wilson-Cairns, secondo cui la sfida posta dal film è stata quella di creare una storia che, pur svolgendosi in tempo reale, nella sua durata avesse un inizio, uno svolgimento e una fine e non si spostasse mai dai protagonisti, senza mettere troppo alla prova la sospensione dell'incredulità del pubblico.[3]Riprese
Le riprese del film sono cominciate nell'aprile del 2019 e si sono tenute nel Regno Unito, specificamente nel Wiltshire, a Govan, nella riserva naturale di Hankley Common e agli Shepperton Studios.[4][5][6][7]Il film è stato girato da Mendes e il direttore della fotografia Roger Deakins in diversi piani sequenza, e poi montato per apparire come un unico piano sequenza ininterrotto dall'inizio alla fine.[8][9] Il regista ha provato per sei mesi assieme al cast e alla troupe prima delle riprese.[3]
Distribuzione
L'anteprima del film si è tenuta a Londra il 4 dicembre 2019 ad un evento di beneficenza, in presenza della famiglia reale inglese.[10] Il film è stato inizialmente distribuito solo nelle sale cinematografiche statunitensi da Universal Pictures a partire dal 25 dicembre 2019 in distribuzione limitata. Successivamente è stato esteso partendo dalle sale del Regno Unito dal 10 gennaio 2020.[11] In Italia, sarà distribuito da 01 Distribution a partire dal 23 gennaio 2020.[12]Accoglienza
Critica
Sull'aggregatore di recensioni online Rotten Tomatoes, il film ha una percentuale di gradimento da parte della critica del 93%, basata su 84 recensioni, con un voto in media dell'8 e mezzo,[13] mentre su Metacritic ha un punteggio medio di 80 su 100, basato sulle recensioni di 40 critici.[14]Diversi critici cinematografici, tra cui Peter Travers di Rolling Stone e Todd McCarthy dell'Hollywood Reporter, l'hanno inserito nelle loro liste dei migliori film dell'anno, rispettivamente al 6º e all'8º posto.[15][16]
Riconoscimenti
- 2020 - Premi Oscar[17]
- Candidatura per il miglior film
- Candidatura per il miglior regista a Sam Mendes
- Candidatura per la migliore sceneggiatura originale a Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns
- Candidatura per la migliore fotografia a Roger Deakins
- Candidatura per la migliore scenografia a Dennis Gassner e Lee Sandales
- Candidatura per la migliore colonna sonora a Thomas Newman
- Candidatura per i migliori effetti speciali a Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron
- Candidatura per il miglior sonoro a Mark Taylor e Stuart Wilson
- Candidatura per il miglior montaggio sonoro a Oliver Tarney e Rachael Tate
- Candidatura per il miglior trucco e acconciatura a Rebecca Cole, Naomi Donne e Tristan Versluis
- 2020 - Golden Globe[18][19]
- 2020 - Premi BAFTA[20]
- Candidatura per il miglior film
- Candidatura per il miglior film britannico
- Candidatura per il miglior regista a Sam Mendes
- Candidatura per la migliore fotografia a Roger Deakins
- Candidatura per la migliore colonna sonora a Thomas Newman
- Candidatura per la migliore scenografia a Dennis Gassner e Lee Sandales
- Candidatura per il miglior trucco e acconciatura a Naomi Donne
- Candidatura per il miglior sonoro a Scott Millan, Oliver Tarney, Rachael Tate, Mark Taylor e Stuart Wilson
- Candidatura per i migliori effetti speciali a Greg Butler, Guillaume Rocheron e Dominic Tuohy
- 2019 - Chicago Film Critics Association Awards[21][22]
- Miglior fotografia a Roger Deakins
- Candidatura per la miglior scenografia
- Candidatura per il miglior montaggio
- Candidatura per il miglior utilizzo degli effetti speciali
- Candidatura per la miglior colonna sonora originale a Thomas Newman
- 2019 - National Board of Review Awards[23]
- 2019 - San Diego Film Critics Society Awards[24][25]
- Miglior scenografia a Dennis Gassner
- Candidatura per il miglior film
- Candidatura per il miglior regista a Sam Mendes
- Candidatura per la miglior fotografia a Roger Deakins
- Candidatura per i migliori effetti speciali
- 2019 - Satellite Award[26][27]
- Miglior fotografia a Roger Deakins
- Candidatura per il miglior film drammatico
- Candidatura per il miglior regista a Sam Mendes
- Candidatura per il miglior attore in un film drammatico a George MacKay
- Candidatura per la migliore colonna sonora originale a Thomas Newman
- Candidatura per il miglior montaggio a Lee Smith
- Candidatura per la miglior scenografia a Dennis Gassner e Lee Sandales
- Candidatura per il miglior sonoro a Oliver Tarney, Stuart Wilson, Scott Millan e Mark Taylor
- 2020 - Critics' Choice Awards[28][29]
- Miglior regista a Sam Mendes
- Miglior fotografia a Roger Deakins
- Miglior montaggio a Lee Smith
- Candidatura per il miglior film
- Candidatura per la miglior scenografia a Dennis Gassner e Lee Sandales
- Candidatura per i migliori effetti speciali
- Candidatura per il miglior film d'azione
- Candidatura per la miglior colonna sonora a Thomas Newman
domenica 11 novembre 2018
Canti Prima Guerra Mondiale : La leggenda del Piave (1918 - Ermete Giovanni Gaeta)
La canzone del Piave, conosciuta anche come La leggenda del Piave, è una delle più celebri canzoni patriottiche italiane. Il brano fu scritto nel 1918 dal maestro Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E.A. Mario).
Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo italiano l'adottò provvisoriamente come inno nazionale, poiché si pensò fosse giusto sostituire la Marcia Reale[1][2] con un canto che ricordasse la vittoria dell'Italia nel primo conflitto mondiale[3]. La monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista[4]. La canzone del Piave ebbe la funzione di inno nazionale italiano fino al 12 ottobre 1946, quando fu sostituita da Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro[5]. L'inno nazionale definitivo in sostituzione del provvisorio Inno di Mameli avrebbe dovuto essere proprio La Canzone del Piave, ma il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi non avrebbe caldeggiato la candidatura della canzone perché offeso da Gaeta che si rifiutò di comporre l'inno ufficiale della Democrazia Cristiana[3][6][7].
I fatti storici che ispirarono l'autore risalgono al giugno del 1918, quando l'Impero austro-ungarico decise di sferrare un grande attacco (ricordato con il nome di battaglia del solstizio) sul fronte del fiume Piave per piegare definitivamente l'esercito italiano, già reduce dalla sconfitta di Caporetto. L'esercito imperiale austriaco si avvicinò pertanto alle località venete delle Grave di Papadopoli e del Montello, ma fu costretta ad arrestarsi a causa della piena del fiume. Ebbe così inizio la resistenza delle Forze armate del Regno d'Italia, che costrinse gli austro-ungarici a ripiegare.
Il 4 luglio del 1918, la 3ª Armata del Regio Esercito Italiano occupò le zone tra il Piave vecchio ed il Piave nuovo. Durante la battaglia morirono 84.600 militari italiani e 149.000 austro-ungarici. In occasione dell'offensiva finale italiana dopo la battaglia di Vittorio Veneto, nell'ottobre del 1918, il fronte del Piave fu nuovamente teatro di scontri; dopo una tenace resistenza iniziale, in concomitanza con lo sfaldamento politico in corso nell'Impero, l'esercito austro-ungarico si disgregò rapidamente, consentendo alle truppe italiane di sfondare le linee nemiche.
Il testo e la musica, che fanno pensare ad una canzone patriottica con la funzione di incitare alla battaglia, hanno l'andamento colto e ricercato di altre canzoni che già avevano fatto conoscere Giovanni Gaeta nell'ambiente del cabaret; sue sono anche Vipera, Le rose rosse, Santa Lucia luntana, Balocchi e profumi. La funzione che ebbe La leggenda del Piave nel primo dopoguerra fu quello di idealizzare la Grande Guerra; farne dimenticare le atrocità, le sofferenze e i lutti che l'avevano caratterizzata.
Lo spartito originale fu pubblicato solo dopo la guerra[6]. Il frontespizio presentava un'incisione dell'illustratore Amos Scorzon, un'aquila bicipite (l'Austria) trafitta da un gladio (l'Italia) coperto di sangue con inciso SPQR nell'elsa, insieme a una frase scritta dal poeta Gabriele D'Annunzio: «Non c'è più se non un fiume in Italia, il Piave; la vena maestra della nostra vita. Non c'è più in Italia se non quell'acqua, soltanto quell'acqua, per dissetar le nostre donne, i nostri figli, i nostri vecchi e il nostro dolore»[6]. Sempre il frontespizio riportava i dati del compositore: «Versi e musica E. A. Mario, casa editrice musicale E. A. Mario, via Vittorio Emanuele Orlando 9, Napoli»; e la precisazione che il fiume Piave era consacrato «ai soldati che lo santificarono, agli alleati che lo ammirarono, ai nemici che lo ricorderanno»[6].
Le quattro strofe - che terminano tutte con la parola "straniero" - hanno quattro specifici argomenti:
Nella prima strofa, il fiume Piave assiste al concentramento silenzioso di truppe italiane, citando la data dell'inizio della Prima guerra mondiale per il Regio Esercito italiano. Ciò avvenne la notte tra il 23 e 24 maggio 1915, quando l'Italia dichiarò guerra all'Impero austro-ungarico e sferrò il primo attacco contro l'Imperial regio Esercito, marciando dal presidio italiano di Forte Verena dell'Altopiano di Asiago, verso le frontiere orientali. Proprio un primo colpo di cannone partito dal Forte Verena verso le fortezze austriache situate sulla Piana di Vezzena diede ufficialmente inizio alle operazioni militari dell'Italia nella prima guerra mondiale. La strofa termina poi con l'ammonizione: Non passa lo straniero, riferita, appunto, agli austro-ungarici.
Tuttavia, come racconta la seconda strofa, a causa della disfatta di Caporetto, il nemico cala fino al fiume e questo provoca sfollati, profughi da ogni parte.
La terza strofa racconta del ritorno del nemico con il seguito di vendette di ogni guerra, e con il Piave che pronuncia il suo "no" all'avanzata dei nemici e la ostacola gonfiando il suo corso, reso rosso dal sangue dei nemici. Benché arricchita di spunti patriottico-retorici, l'improvvisa e copiosa piena del Piave costituì davvero un ostacolo insormontabile per l'esercito austriaco, ormai agli sgoccioli con gli approvvigionamenti e il sostegno di truppe di riserva.
Nell'ultima strofa si immagina che una volta respinto il nemico oltre Trieste e Trento, con la vittoria tornassero idealmente in vita i patrioti Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti, tutti uccisi dagli austriaci.
All'epoca della prima stesura di questo brano, si pensava che la responsabilità per la disfatta di Caporetto fosse da attribuire al tradimento di un reparto dell'esercito[12]. Per questo motivo, al posto del verso "Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento" vi era la frase "Ma in una notte triste si parlò di tradimento". In seguito, durante il regime fascista fu appurato che il reparto ritenuto responsabile era invece stato sterminato da un attacco con gas letali; si pensò così di eliminare dalla canzone il riferimento all'ipotizzato tradimento[13], considerato non solo impreciso storicamente ma anche sconveniente per il regime[14].
"La canzone del Piave", comunemente detta fra i musicanti "Il Piave", viene eseguita sia in formazioni bandistiche ordinarie, sia da grandi bande o orchestre di fiati, istituzionali e non istituzionali, specialmente in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica, in occasione dell'Anniversario della liberazione e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate. Questi versi e la loro solenne, seppur a tratti adulterata, rievocazione storica, fecero sì che da più parti si levasse la richiesta di adottarlo come inno nazionale, cosa che avvenne solo dal 1943 al 1946 in seguito ai fatti connessi all'armistizio di Cassibile[15]. La monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista[4]. La canzone del Piave fu poi sostituita da Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, come inno nazionale italiano, il 12 ottobre 1946[5].
Nel 1961 il comune di Roma deliberò di denominare una strada via canzone del Piave nel quartiere Giuliano-Dalmata, nella cui toponomastica sono largamente rappresentati personaggi ed eventi della prima guerra mondiale; la denominazione costituisce un caso rarissimo di toponimo urbano ispirato a un brano musicale[16].
Solitamente è eseguita da bande e fanfare in occasione della posa delle corone ai monumenti ai caduti immediatamente dopo all'inno nazionale.
La canzone del Piave è stata riproposta come inno nazionale italiano il 21 luglio del 2008 da Umberto Bossi[17].
Musicalmente è abbastanza semplice, in Fa maggiore con quattro strofe senza ritornelli e senza modulazioni: le quinte dominanti riconducono sempre alla stessa tonalità.
Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo italiano l'adottò provvisoriamente come inno nazionale, poiché si pensò fosse giusto sostituire la Marcia Reale[1][2] con un canto che ricordasse la vittoria dell'Italia nel primo conflitto mondiale[3]. La monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista[4]. La canzone del Piave ebbe la funzione di inno nazionale italiano fino al 12 ottobre 1946, quando fu sostituita da Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro[5]. L'inno nazionale definitivo in sostituzione del provvisorio Inno di Mameli avrebbe dovuto essere proprio La Canzone del Piave, ma il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi non avrebbe caldeggiato la candidatura della canzone perché offeso da Gaeta che si rifiutò di comporre l'inno ufficiale della Democrazia Cristiana[3][6][7].
I fatti storici
I fatti storici che ispirarono l'autore risalgono al giugno del 1918, quando l'Impero austro-ungarico decise di sferrare un grande attacco (ricordato con il nome di battaglia del solstizio) sul fronte del fiume Piave per piegare definitivamente l'esercito italiano, già reduce dalla sconfitta di Caporetto. L'esercito imperiale austriaco si avvicinò pertanto alle località venete delle Grave di Papadopoli e del Montello, ma fu costretta ad arrestarsi a causa della piena del fiume. Ebbe così inizio la resistenza delle Forze armate del Regno d'Italia, che costrinse gli austro-ungarici a ripiegare.
Il 4 luglio del 1918, la 3ª Armata del Regio Esercito Italiano occupò le zone tra il Piave vecchio ed il Piave nuovo. Durante la battaglia morirono 84.600 militari italiani e 149.000 austro-ungarici. In occasione dell'offensiva finale italiana dopo la battaglia di Vittorio Veneto, nell'ottobre del 1918, il fronte del Piave fu nuovamente teatro di scontri; dopo una tenace resistenza iniziale, in concomitanza con lo sfaldamento politico in corso nell'Impero, l'esercito austro-ungarico si disgregò rapidamente, consentendo alle truppe italiane di sfondare le linee nemiche.
La composizione
La leggenda del Piave fu composta nel giugno 1918[8] subito dopo la battaglia del solstizio, da E. A. Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta, un prolifico autore di canzoni napoletane che spaziava dalle canzonette alle canzoni militari[3]. Ben presto venne fatta conoscere ai soldati dal cantante Enrico Demma (Raffaele Gattordo)[9]. L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!»[10]. Venne poi pubblicata da Giovanni Gaeta con lo pseudonimo di E. A. Mario il 20 settembre del 1918[11], circa quaranta giorni prima della fine delle ostilità.Il testo e la musica, che fanno pensare ad una canzone patriottica con la funzione di incitare alla battaglia, hanno l'andamento colto e ricercato di altre canzoni che già avevano fatto conoscere Giovanni Gaeta nell'ambiente del cabaret; sue sono anche Vipera, Le rose rosse, Santa Lucia luntana, Balocchi e profumi. La funzione che ebbe La leggenda del Piave nel primo dopoguerra fu quello di idealizzare la Grande Guerra; farne dimenticare le atrocità, le sofferenze e i lutti che l'avevano caratterizzata.
Il frontespizio e il testo
Lo spartito originale fu pubblicato solo dopo la guerra[6]. Il frontespizio presentava un'incisione dell'illustratore Amos Scorzon, un'aquila bicipite (l'Austria) trafitta da un gladio (l'Italia) coperto di sangue con inciso SPQR nell'elsa, insieme a una frase scritta dal poeta Gabriele D'Annunzio: «Non c'è più se non un fiume in Italia, il Piave; la vena maestra della nostra vita. Non c'è più in Italia se non quell'acqua, soltanto quell'acqua, per dissetar le nostre donne, i nostri figli, i nostri vecchi e il nostro dolore»[6]. Sempre il frontespizio riportava i dati del compositore: «Versi e musica E. A. Mario, casa editrice musicale E. A. Mario, via Vittorio Emanuele Orlando 9, Napoli»; e la precisazione che il fiume Piave era consacrato «ai soldati che lo santificarono, agli alleati che lo ammirarono, ai nemici che lo ricorderanno»[6].
Le quattro strofe - che terminano tutte con la parola "straniero" - hanno quattro specifici argomenti:
- La marcia dei soldati verso il fronte (appare come una marcia a difesa delle frontiere, mentre fu l'Italia ad attaccare l'impero asburgico)
- La ritirata di Caporetto
- La difesa del fronte sulle sponde del Piave
- L'attacco finale e la conseguente vittoria
Nella prima strofa, il fiume Piave assiste al concentramento silenzioso di truppe italiane, citando la data dell'inizio della Prima guerra mondiale per il Regio Esercito italiano. Ciò avvenne la notte tra il 23 e 24 maggio 1915, quando l'Italia dichiarò guerra all'Impero austro-ungarico e sferrò il primo attacco contro l'Imperial regio Esercito, marciando dal presidio italiano di Forte Verena dell'Altopiano di Asiago, verso le frontiere orientali. Proprio un primo colpo di cannone partito dal Forte Verena verso le fortezze austriache situate sulla Piana di Vezzena diede ufficialmente inizio alle operazioni militari dell'Italia nella prima guerra mondiale. La strofa termina poi con l'ammonizione: Non passa lo straniero, riferita, appunto, agli austro-ungarici.
Tuttavia, come racconta la seconda strofa, a causa della disfatta di Caporetto, il nemico cala fino al fiume e questo provoca sfollati, profughi da ogni parte.
La terza strofa racconta del ritorno del nemico con il seguito di vendette di ogni guerra, e con il Piave che pronuncia il suo "no" all'avanzata dei nemici e la ostacola gonfiando il suo corso, reso rosso dal sangue dei nemici. Benché arricchita di spunti patriottico-retorici, l'improvvisa e copiosa piena del Piave costituì davvero un ostacolo insormontabile per l'esercito austriaco, ormai agli sgoccioli con gli approvvigionamenti e il sostegno di truppe di riserva.
Nell'ultima strofa si immagina che una volta respinto il nemico oltre Trieste e Trento, con la vittoria tornassero idealmente in vita i patrioti Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti, tutti uccisi dagli austriaci.
Le varianti del testo
All'epoca della prima stesura di questo brano, si pensava che la responsabilità per la disfatta di Caporetto fosse da attribuire al tradimento di un reparto dell'esercito[12]. Per questo motivo, al posto del verso "Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento" vi era la frase "Ma in una notte triste si parlò di tradimento". In seguito, durante il regime fascista fu appurato che il reparto ritenuto responsabile era invece stato sterminato da un attacco con gas letali; si pensò così di eliminare dalla canzone il riferimento all'ipotizzato tradimento[13], considerato non solo impreciso storicamente ma anche sconveniente per il regime[14].
"La canzone del Piave", comunemente detta fra i musicanti "Il Piave", viene eseguita sia in formazioni bandistiche ordinarie, sia da grandi bande o orchestre di fiati, istituzionali e non istituzionali, specialmente in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica, in occasione dell'Anniversario della liberazione e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate. Questi versi e la loro solenne, seppur a tratti adulterata, rievocazione storica, fecero sì che da più parti si levasse la richiesta di adottarlo come inno nazionale, cosa che avvenne solo dal 1943 al 1946 in seguito ai fatti connessi all'armistizio di Cassibile[15]. La monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista[4]. La canzone del Piave fu poi sostituita da Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, come inno nazionale italiano, il 12 ottobre 1946[5].
Nel 1961 il comune di Roma deliberò di denominare una strada via canzone del Piave nel quartiere Giuliano-Dalmata, nella cui toponomastica sono largamente rappresentati personaggi ed eventi della prima guerra mondiale; la denominazione costituisce un caso rarissimo di toponimo urbano ispirato a un brano musicale[16].
Solitamente è eseguita da bande e fanfare in occasione della posa delle corone ai monumenti ai caduti immediatamente dopo all'inno nazionale.
La canzone del Piave è stata riproposta come inno nazionale italiano il 21 luglio del 2008 da Umberto Bossi[17].
Musicalmente è abbastanza semplice, in Fa maggiore con quattro strofe senza ritornelli e senza modulazioni: le quinte dominanti riconducono sempre alla stessa tonalità.
domenica 4 novembre 2018
Mattarella celebra il Centenario della Grande Guerra a Trieste
(Agenzia Vista) - Trieste, 4 Novembre 2018 - Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto alla cerimonia celebrativa del centenario della fine della Grande Guerra che ha avuto luogo in piazza Unità d’Italia a Trieste, nel Giorno dell'Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate. / Fonte Quirinale
Mattarella ricorda le donne della Grande Guerra: "Senza di loro non avre...
(Agenzia Vista) - Trieste, 4 Novembre 2018 - Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto alla cerimonia celebrativa del centenario della fine della Grande Guerra che ha avuto luogo in piazza Unità d’Italia a Trieste, nel Giorno dell'Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate. Così Mattarella: "Una borghese, una donna del popolo e una regina rappresentative di tutte le donne italiane che lottarono al fronte o nelle fabbriche, che curarono da sole i propri figli, che si prodigarono per cucire abiti, procurare cibo o assistere feriti e moribondi". / Fonte Quirinale
sabato 3 novembre 2018
Francesco Baracca, l’asso degli assi dell’aviazione italiana (PRIMA GUERRA MONDIALE)
Per la rubrica I Luoghi - Centenario della Grande Guerra, Qdpnews.it presenta: "Francesco Baracca, l’asso degli assi dell’aviazione italiana." Siamo andati nei luoghi che lo hanno visto protagonista con l’intento di raccontare la straordinaria epopea del cavaliere dei cieli. Francesco Baracca. Gli antichi greci sostenevano che “Muore giovane chi è caro agli dei”. Un destino a cui non è sfuggito l’asso dei cieli, Francesco Baracca, abbattuto il 19 giugno 1918 sui cieli di Nervesa a soli 30 anni. Decorato con due medaglie d’argento e una medaglia d’oro al valore militare, Francesco Baracca nonostante la breve carriera è considerato da tutti un eroe. I 34 abbattimenti in 63 combattimenti aerei, lo consacrano “Asso degli Assi”.
https://youtu.be/Eg1J1wD3gNc
giovedì 1 novembre 2018
Movimenti nelle retrovie (Grande Guerra)

3-24 novembre 2018 - Sala Dipartimenti
Inaugurazione sabato 3 novembre, ore 17
Il profugato negli anni 1917-1918 della Grande Guerra a cura dell'Associazione Bellunesi nel mondo.
La mostra fa parte delle iniziative del CUDIR, Comitato unitario per la difesa delle istituzioni repubblicane del Comune di Pistoia. Prima Guerra mondiale. Occupazioni, migrazioni, emancipazioni
La Grande Guerra da un insolito punto di vista, per gettare uno sguardo sulle “retrovie” dell’evento che cambiò il corso della storia. Questo è l’obiettivo della mostra: “I Guerra Mondiale. Movimenti nelle retrovie. Occupazioni, migrazioni, emancipazioni”, curato dall’Associazione Bellunesi nel Mondo assieme ad altri partner e realizzato grazie al contributo della Regione Veneto.
La Prima Guerra Mondiale, infatti, fu combattuta dai soldati, ma non solo. Ebbe un peso enorme anche sulla popolazione civile, soprattutto nel Nord-est d’Italia, dove gli eventi bellici condizionarono profondamente la vita di paesi e città, con imponenti fenomeni demografici nelle retrovie e nelle zone prossime al fronte, con carestie, fame, pandemie e paralisi economiche, con lo stretto contatto forzato tra “invasi” e “invasori”, con l’incontro culturale e linguistico tra italiani provenienti da varie regioni, primo vero passo verso una coscienza nazionale collettiva.
La guerra “sulle porte di casa” ebbe l’effetto di una violenta bufera che rimescolò genti e abitudini di vita di regioni come il Veneto (in particolare nelle province di Belluno e Treviso), sommando alle devastazioni portate dal conflitto le tristi vicende dell’occupazione, dell’internamento e del confino che interessarono uomini, donne, vecchi e bambini in un unico e sconvolgente quadro di lacerazione delle famiglie e del tessuto sociale delle comunità.
L’impatto della guerra diede però anche spinta all’emancipazione femminile, con le donne in prima linea nel lavoro, e coinvolse come testimoni i più piccoli, tra i più istruiti in un ambito sociale di diffuso analfabetismo.
A questi “movimenti nelle retrovie”, si aggiunse anche un imponente fenomeno migratorio, prima, durante e dopo la guerra. La mostra, basata su immagini e documentazioni dell’epoca provenienti da archivi sia nazionali che locali e costituito da una dozzina di pannelli bifacciali 100×200, un depliant informativo, e un audiovisivo.
Perché portare questa mostra a Pistoia? Perché proprio da Belluno e in generale profughi bellunesi e veneti tra il novembre del 1917 e il novembre 1918, a seguito dell’invasione dell’esercito austroungarico e tedesco che aveva sfondato le difese italiane a Caporetto, si rifugiarono a Pistoia, dove trovarono ospitalità. Oltre 30.000 bellunesi, 5.300 della sola Città di Belluno, fuggirono per evitare l’occupazione austrotedesca.
Coloro che rimasero trascorsero uno dei più difficili anni della nostra storia, conosciuto come l’An de la fan. Gli oltre 30.000 profughi bellunesi, invece, cercarono aiuto nel resto d’Italia. Molti di loro furono ospitati in Toscana e soprattutto a Pistoia, dove ripararono anche il prefetto ed il sindaco di Belluno, che da là tentarono di tenere i rapporti con la Città e coi profughi.
Inaugurazione sabato 3 novembre, ore 17
Il profugato negli anni 1917-1918 della Grande Guerra a cura dell'Associazione Bellunesi nel mondo.
La mostra fa parte delle iniziative del CUDIR, Comitato unitario per la difesa delle istituzioni repubblicane del Comune di Pistoia. Prima Guerra mondiale. Occupazioni, migrazioni, emancipazioni
La Grande Guerra da un insolito punto di vista, per gettare uno sguardo sulle “retrovie” dell’evento che cambiò il corso della storia. Questo è l’obiettivo della mostra: “I Guerra Mondiale. Movimenti nelle retrovie. Occupazioni, migrazioni, emancipazioni”, curato dall’Associazione Bellunesi nel Mondo assieme ad altri partner e realizzato grazie al contributo della Regione Veneto.
La Prima Guerra Mondiale, infatti, fu combattuta dai soldati, ma non solo. Ebbe un peso enorme anche sulla popolazione civile, soprattutto nel Nord-est d’Italia, dove gli eventi bellici condizionarono profondamente la vita di paesi e città, con imponenti fenomeni demografici nelle retrovie e nelle zone prossime al fronte, con carestie, fame, pandemie e paralisi economiche, con lo stretto contatto forzato tra “invasi” e “invasori”, con l’incontro culturale e linguistico tra italiani provenienti da varie regioni, primo vero passo verso una coscienza nazionale collettiva.
La guerra “sulle porte di casa” ebbe l’effetto di una violenta bufera che rimescolò genti e abitudini di vita di regioni come il Veneto (in particolare nelle province di Belluno e Treviso), sommando alle devastazioni portate dal conflitto le tristi vicende dell’occupazione, dell’internamento e del confino che interessarono uomini, donne, vecchi e bambini in un unico e sconvolgente quadro di lacerazione delle famiglie e del tessuto sociale delle comunità.
L’impatto della guerra diede però anche spinta all’emancipazione femminile, con le donne in prima linea nel lavoro, e coinvolse come testimoni i più piccoli, tra i più istruiti in un ambito sociale di diffuso analfabetismo.
A questi “movimenti nelle retrovie”, si aggiunse anche un imponente fenomeno migratorio, prima, durante e dopo la guerra. La mostra, basata su immagini e documentazioni dell’epoca provenienti da archivi sia nazionali che locali e costituito da una dozzina di pannelli bifacciali 100×200, un depliant informativo, e un audiovisivo.
Perché portare questa mostra a Pistoia? Perché proprio da Belluno e in generale profughi bellunesi e veneti tra il novembre del 1917 e il novembre 1918, a seguito dell’invasione dell’esercito austroungarico e tedesco che aveva sfondato le difese italiane a Caporetto, si rifugiarono a Pistoia, dove trovarono ospitalità. Oltre 30.000 bellunesi, 5.300 della sola Città di Belluno, fuggirono per evitare l’occupazione austrotedesca.
Coloro che rimasero trascorsero uno dei più difficili anni della nostra storia, conosciuto come l’An de la fan. Gli oltre 30.000 profughi bellunesi, invece, cercarono aiuto nel resto d’Italia. Molti di loro furono ospitati in Toscana e soprattutto a Pistoia, dove ripararono anche il prefetto ed il sindaco di Belluno, che da là tentarono di tenere i rapporti con la Città e coi profughi.
sabato 13 ottobre 2018
Mio nonno eroe della grande guerra
Il nonno e, nella fotto sotto, con la moglie.
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| Monumento al bersagliere (Roma) |
Il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria entrando così nella Prima Guerra Mondiale. Vorrei ricordare un gesto eroico compiuto da mio nonno durante una battaglia.
Egli combatteva nel corpo dei Bersaglieri e, quel giorno, era in trincea insieme ai suoi compagni. Improvvisamente arrivò l'ordine di uscire allo scoperto e di attaccare e lui eseguì insieme agli altri. Dopo un po' di tempo, però, si accorse che il loro capitano era stato ferito.
Senza esitare lo andò a prendere e se lo mise sulle spalle riportandolo nella propria trincea sfidando la morte con le cannonate ed i proiettili che gli sibilavano vicino.
La guerra finì, gli anni passarono ed "il bersagliere" (così lo soprannominavano tutti) si era messo a coltivare un piccolo orto come passione. Il questore, entrato con lui in buoni rapporti, lo andava a trovare ogni tanto e "il bersagliere", generoso con tutti, spesso gli donava della verdura.
Un giorno, parlando della guerra, mio nonno raccontò quello che successe quel giorno ed il suo nuovo amico si interessò subito al caso prendendolo a cuore. Portò con sé "il bersagliere" in Questura e riuscì a rintracciare la famiglia del capitano di allora dopo una serie di telefonate e di indagini. Purtroppo però, l'ex capitano che nel frattempo era diventato generale, era morto.
I familiari dichiararono che costui non aveva mai smesso di rintracciare colui che gli aveva salvato la vita. Mio nonno non si vantò mai di quel gesto perché per lui fu una cosa naturale e fu sempre disponibile con tutti.
Mio nonno era un eroe.
Nota : Nella battaglia dell'Isonzo il suo battaglione era composto da venti uomini, amici che avevano fatto con lui due anni della leva obbligatoria. Rimasero solo in cinque. Gli altri rimasero con i corpi dilaniati sul campo.
MOTTI DEI BERSAGLIERI :
1° Bersaglieri
"Ictu impetuque primus"
Primo nel colpire e nell’assaltare.
2° Bersaglieri
"Nulli secundus"
A nessuno secondo.
3° Bersaglieri
"Majora viribus audere"
Osare imprese superiori alle proprie forze.
4° Bersaglieri
"Vis animus impetus"
Forza, coraggio, impeto.
5° Bersaglieri
"Nulla via impervia"
Nessuna via è inaccessibile.
6° Bersaglieri
"Certamina victurus adeo" – "E vincere bisogna"
Sono qui per vincere le battaglie.
7° Bersaglieri
"Celeritate ac virtute"
Con celerità e valore.
8° Bersaglieri
"Velox ad impetum"
Veloce nell’assalto.
9° Bersaglieri
"invicte, acriter, celerrime"
Invincibile, fortemente, velocemente.
10° Bersaglieri
"In flammis flamma"
Fiamma tra le fiamme.
11° Bersaglieri
"Quis ultra?"
Chi oltre noi?
12° Bersaglieri
"Victoria nobis vita"
La vittoria per noi è la vita.
13° Bersaglieri
"In hostem acerrimus in victoria primus"
Inesorabile nella lotta, primo nella vittoria.
14° Bersaglieri
"Meum tibi nomen usque gloriam florens"
Per te il mio nome sarà splendido sino alla gloria.
15° Bersaglieri
"Laudem despicio, gloriam auspicio"
Respingo la lode, desidero la gloria.
16° Bersaglieri
"Prisca in virtute nutrior et in spe"
Mi alimento nell’antica virtù e nella speranza.
17° Bersaglieri
"Nomen meum in aevum"
Il mio nome per sempre.
18° Bersaglieri
"Invictus et paratus ad gliorias renovandas"
Invitto e pronto a rinnovare le glorie.
19° Bersaglieri
"Ex vulnere vigor"
Risorgo dalle ferite.
20° Bersagliere
"Nitor in adversum"
Forte contro le avversità.
21° Bersagliere
"Extremus non postremus"
Ultimo ma non nel valore.
Ho creato due playlist video: Tributo ai bersaglieri e Prima guerra mondiale. Buona visione.
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