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domenica 15 gennaio 2017

Non nobis domine : inno dei templari


"Grazie a tutti per le visualizzazioni, questo messaggio è diretto a tutti noi: Oggi, c'è chi si crede giusto e infallibile e chi , saggiamente ammette l'imperfezione dei propri  peccati. I cavalieri Templari, quelli veri del passato, rappresentavano, il ravvedimento nella sofferenza e nel coraggio, e la morte l'affrontavano con la serenità di chi paga il proprio debito. In ognuno, di voi, c'è questo, un cavaliere Templare che è di guardia nell'anima. 

L'importante è essere pronti a difendere fede, famiglia e la terra che copre le tombe dei nostri antichi avi, perché niente nella vita si ottiene gratis, è tutto questo ha un nome: DIGNITATIS LIBERTAS, e grazie ancora."

Wise Templar 




I Tempari esistono ancora oggi, pronti a difendere i nostri valori contro la sanguinosa avanzata dell'Islam 
 http://www.fanwave.it/articoli/87-i-templari-sono-ancora-tra-noi-piu-forti-che-mai.html

IO TROVO VERGOGNOSO (di Oriana Fallaci)

Una grande giornalista, forse la più grande giornalista italiana, la prima donna inviata di guerra, un incarico allora riservato agli uomini. Aveva già capito che aria tirava in Medio Oriente e cosa costoro avevano in mente di fare.





«Apro la mia boccaccia e dico quello che mi pare»
   Oriana Fallaci (1929 - 2006)


SITO UFFICIALE : http://www.oriana-fallaci.com/

ilpost.it

La storia di Oriana Fallaci, quella vera

Oriana Fallaci si può definire così, a essere brevi: la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata al mondo. Ebbe una vita straordinaria, di cui i più giovani sanno pochissimo e quel che sanno è per via delle cose che scrisse e disse negli ultimi dieci anni della sua vita – dall’11 settembre 2001 in poi – e che furono oggetto di critiche e polemiche, ma era stata moltissimo altro. Inventò un modo tutto suo di scrivere e intervistare, fu una delle prime donne a farsi strada in un mondo che fino ad allora alle donne sembrava precluso, ebbe posizioni radicali, fu molto poco politically correct e per questo divenne oggetto di attacchi e pesanti contestazioni (da cui seppe difendersi con energia). 

A un certo punto della sua vita diventò un personaggio, a prescindere dalle storie che raccontava e che aveva raccontato: fotografata e intervistata dai più importanti giornali internazionali, con i suoi occhialoni, le sigarette, i suoi cappelli e il suo pessimo carattere.
I libri e la Resistenza
«Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Così Oriana Fallaci raccontò la sua famiglia in “La vita di Oriana narrata da Oriana stessa per i lettori dell’Europeo”: un testo destinato, appunto, ai lettori della rivista con cui collaborava. La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni:
«Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».
Nonostante le condizioni della famiglia non fossero agiate, i pochi risparmi venivano investiti nell’acquisto di libri. Oriana Fallaci ebbe per tutta la vita una grande passione per i libri («Quando sono in una stanza senza libri mi sembra d’essere in una stanza vuota»); negli anni acquistò anche molti libri antichi creando una collezione che prima della sua morte donò alla Pontificia Università Lateranense di Roma.

Dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, suo padre entrò nella Resistenza e portò con sé la figlia che aveva 14 anni. Con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, Oriana Fallaci affiancò il padre in varie operazioni, fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati. I grandi classici della letteratura pagati a rate dai genitori e la partecipazione alla Resistenza furono i due elementi fondamentali della sua formazione:
«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura» (“Se il sole muore”, 2010).
Gli inizi

Nonostante la militanza nella Resistenza non perse nemmeno un anno di scuola, anzi: ne saltò uno, sostenne un esame per passare dalle magistrali al liceo classico e si diplomò con un anno di anticipo nel giugno del 1947. A settembre si iscrisse alla facoltà di Medicina e iniziò a lavorare per il quotidiano di Firenze Il Mattino dell’Italia centrale (il fratello del padre, Bruno Fallaci, era uno stimato giornalista e anche le due sorelle di Oriana, Neera e Paola, iniziarono a fare questo mestiere collaborando con Oggi e il Tempo). All’inizio Oriana Fallaci si occupò di cronaca nera. Poi lasciò l’università e iniziò a scrivere di cronaca giudiziaria e anche di argomenti di costume: è molto famoso un suo articolo del 7 dicembre del 1948 in cui descrisse le sfilate di Dior a Firenze.

Il suo obiettivo era diventare «scrittore» e il giornalismo per lei era inizialmente solo un modo per guadagnare dei soldi:
«Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: “Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?”» (Archivio privato Oriana Fallaci, Appunto dattiloscritto).
Nel 1951 un suo articolo fu pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista di Fiesole a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso. 

Negli anni Cinquanta lavorò per Epoca (diretto dallo zio) e scrisse per L’Europeo altri articoli trasferendosi a Roma (dal settimanale verrà poi assunta nella redazione di Milano continuando le collaborazioni fino al 1977). Come le altre sue colleghe si occupò di temi considerati adatti a delle giornaliste: costume e spettacolo. Intervistò gli attori stranieri che lavorano a Cinecittà e i grandi attori e registi del cinema italiano: Fellini, Mastroianni, Totò, Anna Magnani. Nel frattempo partecipò a diversi viaggi organizzati per la stampa nel mondo. Nel 1954 andò per esempio a Teheran e intervistò Soraya, la moglie dello Scià, e poi negli Stati Uniti: da quel viaggio nacque il reportage “Hollywood vista dal buco della serratura” che divenne anche il suo primo libro (“I sette peccati di Hollywood”).

A questa pubblicazione ne seguirono altre: “Il sesso inutile” (1961), nato da un reportage sulla condizione della donna in Oriente e Medio Oriente; “Penelope alla guerra”, il suo primo romanzo pubblicato nel 1962; “Gli antipatici” del 1963. Ebbero tutti un grande successo in Italia e vennero tradotti in diverse lingue. Oriana Fallaci poté a quel punto permettersi di comprare una grande casa in Toscana per i suoi genitori e di comprare per sé una casa a Manhattan, New York, dove si trasferì nel 1963. Diventata ormai famosa e riconosciuta, in quegli anni che cercò di occuparsi di cose che non fossero divi e mondanità: chiese a L’Europeo di poter andare in California e in Texas nelle basi della NASA per vedere da vicino come si preparavano gli astronauti e scrisse sull’argomento diversi articoli e due libri, anche questi di grande successo: “Se il sole muore” e “Quel giorno sulla Luna”.

Andare alla guerra
Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la carriera di Oriana Fallaci. Chiese e ottenne di essere inviata in Vietnam e fu l’unica giornalista italiana presente al fronte. Tornò più volte fino alla fine del conflitto, nel 1975, raccontando la vita quotidiana a Saigon, i bombardamenti, gli interrogatori dei prigionieri, le rappresaglie e realizzando molte interviste esclusive e reportage comprati e tradotti da importanti giornali internazionali. La sua posizione fu critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Dalla guerra in Vietnam nacque il libro “Niente e così sia” (1969). In Vietnam conobbe François Pelou, giornalista francese direttore dell’Agence France Presse di Saigon, che diventò per alcuni anni il suo compagno. Nel 1968 era a Città del Messico alla vigilia delle Olimpiadi e restò ferita gravemente da un colpo di pistola nella repressione di una manifestazione studentesca di protesta (la credettero morta, poi dall’obitorio la trasferirono in ospedale).

Tra gli anni Sessanta e Settanta Oriana Fallaci si affermò come grande giornalista politica: raccontò la rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, il conflitto arabo-palestinese, le guerriglie contro le dittature del Sudamerica, la morte di Bob Kennedy, i conflitti in Asia. Soprattutto riuscì a realizzare molte interviste a personaggi politici che nessuno era mai riuscito ad avvicinare: Ali Bhutto in Pakistan, Haile Selassie in Etiopia, Indira Gandhi in India, Golda Meir, prima donna premier di Israele, Reza Pahlavi, penultimo Scià di Persia, Yassir Arafat, storico leader palestinese, Henry Kissinger e molti e molte altre. Le interviste furono pubblicate su L’Europeo e anche sul Corriere della Sera, con cui aveva nel frattempo iniziato a collaborare.

La tecnica con cui Oriana Fallaci conduceva le interviste era per l’epoca molto innovativa e la resero nota e apprezzata in tutto il mondo. In molti l’hanno paragonata a quella di un vero e proprio interrogatorio; le domande venivano preparate e studiate a tavolino nei minimi dettagli, registrate, e poi scritte e riscritte più volte, smontate e poi rimontate. Erano lontane – e per questo criticate da alcuni – dal cosiddetto giornalismo oggettivo e sempre filtrate dalle proprie posizioni e ideologie («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”). Ventisei di queste interviste furono raccolte nel 1974 in “Intervista con la storia”, edito da Rizzoli, diventato a quel punto il suo editore di riferimento.
Negli anni Settanta Oriana Fallaci pubblicò altri due libri: “Lettera a un bambino mai nato” (1975), proprio mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e “Un uomo” (1979). Entrambi parlavano di lei, dei suoi due aborti spontanei e del suo rapporto con Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli che fu per per tre anni il suo compagno. 

Alekos era stato incarcerato nel 1968 dopo un attentato fallito a Papadòpoulos. Dopo la liberazione Oriana Fallaci lo incontrò, lo intervistò e se ne innamorò. Nel maggio del 1976 Alekos morì ad Atene in un incidente automobilistico le cui cause non furono chiarite: si pensò a un complotto, sul quale la Fallaci indagò per molto tempo. I libri nati in quegli anni furono tradotti e pubblicati in tutto il mondo.

Il libro successivo di Oriana Fallaci arrivò undici anni dopo: “Insciallah”, nel 1990. Fallaci tornò a occuparsi di guerre – soprattutto quella civile del Libano a partire dagli attentati di Beirut – ma anche di fondamentalismo islamico e delle storie dei soldati che componevano il contingente militare italiano. Nel frattempo, dopo la morte di Panagulis e della madre, aveva lasciato L’Europeo e era tornata a scrivere piuttosto raramente per riviste o quotidiani, continuando comunque a realizzare soprattutto interviste (a Khomeini, il leader religioso che aveva instaurato in Iran la Repubblica islamica: l’intervista durante la quale polemicamente si tolse il velo che le copriva la testa; a Muammar Gheddafi, dittatore della Libia; a Lech Walęsa agli inizi di Solidarność).

Gli ultimi anni
Nel 1992 Oriana Fallaci scoprì di avere il cancro e ne parlò in un’intervista alla RAI:
«Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro. Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo».
Il suo rapporto con la malattia fu comunque piuttosto complicato (spesso vi faceva riferimento chiamandolo l'”Alieno”) soprattutto perché temeva le avrebbe impedito di finire il suo ultimo progetto editoriale: un grande romanzo storico che raccontasse la storia della sua famiglia dal Settecento al Novecento. Fallaci ci lavorò per più di quindici anni, facendo dettagliate e approfondite ricerche storiche. Non lo finì e venne pubblicato dopo la sua morte, avvenuta il 15 settembre del 2006, con il titolo “Un cappello pieno di ciliege” (2008).
Il lavoro di scrittura del romanzo familiare fu interrotto nel 2001. 

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York Oriana Fallaci scrisse un lungo articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 29 settembre, intitolato “La rabbia e l’orgoglio“, con cui accusò l’Occidente e l’Europa di non avere avuto abbastanza coraggio nei confronti dell’Islam. 

L’articolo era molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un grande dibattito: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo. Per Fallaci fu un rientro nella discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena del suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente.

I successivi tre anni Fallaci li trascorse ad argomentare la sua posizione pubblicando una trilogia (“La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”), schierandosi contro l’eutanasia sul Foglio in seguito alla vicenda di Terri Schiavo e sul Corriere della Sera contro il referendum per estendere la ricerca sulle cellule staminali.

Conclusa questa fase in cui si occupò molto di attualità, riprese la scrittura del romanzo familiare: ma solo per un anno. Nell’estate del 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre. Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori accanto ai suoi genitori; sulla sua lapide c’è scritto, per sua volontà: «Oriana Fallaci – Scrittore». L’ultima intervista la dette al New Yorker il 30 maggio del 2006 in un lungo articolo intitolato “The Agitator“: parlò della sua vita, attaccò di nuovo l’Islam, criticò sia Berlusconi che Prodi e concluse con una conferma alla sua lunga carriera: «Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare».

mercoledì 11 gennaio 2017

Non chiamate kamikaze quegli assassini dell’Isis. Nei giapponesi c’era onore…

I terroristi islamici kamikaze? Macchè! I kamikaze giapponesi difendevano la patria e colpivano obbiettivi militari in una guerra dichiarata, non facendosi esplodere tra i civili ma contro le navi da guerra. Musiche di Morricone nel primo video. 
Secondo video umoristico con Fantozzi.




secoloditalia.it

Non chiamate kamikaze quegli assassini dell’Isis. Nei giapponesi c’era onore…

di Antonio Pannullo

Sono diversi anni che i media italiani, tv compresa, definiscono i terroristi suicidi islamici kamikaze, per quanto la scelta sia totalmente inappropriata e denoti una certa ignoranza storica. Comprendiamo le ragioni di tale scelta: kamikaze è più corto di terroristi suicidi, anche se non tanto, la parola è entrata nell’immaginario collettivo occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, e qualsiasi persona che faceva un atto suicida, o comunque dissennato, anche in campo sportivo, veniva definito kamikaze

Ma ci sono altre ragioni per cui gli annunciatori tv e i colleghi della carta stampata, ormai parlano solo di kamikaze per definire i fondamentalisti che si fanno saltare in aria in mezzo a persone innocenti. Una è la pigrizia mentale di trovare un altro sinonimo, magari più corretto, l’altra è certamente – almeno per qualcuno – quella di voler accostare gli aviatori giapponesi che difendevano la loro patria colpendo solo obiettivi bellici, ai terroristi assassini che insanguinano le nostre città portando la morte tra donne e bambini civili. Insomma, si vuole accostare il soldato kamikaze giapponese al terrorista islamico. 

Come dire: anche loro erano nemici dei buoni americani che oggi combattono l’Isis. E poi si dimenticano di Hiroshima e Nagasaki. Ma questo è un altro discorso: la parola è troppo radicata nell’accidioso linguaggio giornalistico italiano per sperare che questo appello abbia un seguito, ma è nostro dovere ripeterlo con grande forza e instancabilmente: per favore, non chiamiamoli kamikaze: i terroristi fondamentalisti che negli ultimi anni – e ancora oggi – si fanno esplodere su autobus, fast food, piazze, grandi magazzini, strade, aeroporti, metropolitane, insomma nei luoghi frequentati da civili, non hanno nulla dei latori del “vento divino” ( questo significa la parola kamikaze) che settant’anni fa si sacrificarono colpendo obiettivi militari nemici che minacciavano la loro nazione e le loro famiglie.

In comune hanno soltanto il suicidio e la fierezza delle loro famiglie per il gesto, anche se neanche tutte oggi condividono il martirio di un familiare. Ma lo scopo era profondamente diverso. In Giappone oggi la parola kamikaze indica solamente un certo tifone che nel Medio Evo salvò il Paese dall’invasione dei mongoli di Kublai Khan. Per indicare i giovani patrioti che si sacrificarono si usa la parola Tokkotai, “unità di attacco speciale”. Che poi non furono solo i famosissimi “Zero”, i caccia nipponici carichi di esplosivo che si abbattevano sulle navi americane, no, ci furono anche delle meno conosciute imbarcazioni che – parimenti cariche di esplosivo – si lanciavano sulla flotta alleata. Come è noto, la pratica kamikaze non cambiò le sorti della guerra, ma colpì profondamente l’immaginario collettivo mondiale, sensibile al sentimento di totale abnegazione che questi giovani a volte neanche ventenni dimostrarono.

 

Non chiamateli kamikaze: quelli non erano terroristi

Il 21 ottobre del 1944, nel pieno della battaglia di Leyte, nelle Filippine, ci fu il primo attacco kamikaze di aviatori giapponesi che sacrificarono la loro vita per «l’Imperatore e l’Impero». Appena quattro giorni dopo, il 25 ottobre, nel golfo di Leyte ci fu la prima missione senza ritorno della “Kamikaze special attack force”, l’unità specializzata che fu emulata numerose volte nell’ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale. Dopo la battaglia di Midway nel 1942, persa dalla Marina Imperiale giapponese, gli alleati iniziarono un’inesorabile avanzata verso le isole nipponiche con battaglie sanguinose combattute isola per isola. Due anni dopo, nel 1944, apparve chiaro che la potenza economica e industriale degli Stati Uniti stava volgendo le fasi della guerra a favore degli alleati: i caccia bombardieri erano migliori, non avevano problemi di benzina né di munizioni, e i piloti erano sempre più numerosi. E soprattutto gli americani avevano aerei in grado di colpire direttamente il Giappone partendo dal territorio statunitense (i B-29, le cosiddette fortezze volanti), mezzi di cui Tokyo non disponeva. Nell’ottobre di quell’anno c’erano solo 40 aerei giapponesi a fronteggiare la poderosa offensiva alleata. 

Fu allora, secondo la storia, che il comandante della prima flotta aerea Takijiro Onishi, in un briefing militare, pronunciò la frase: «Non penso che ci sia un’altra maniera di eseguire l’operazione che mettere una bomba da 250 chili su uno Zero e farlo sbattere contro una portaerei per metterla fuori combattimento per una settimana». Va appena ricordato che a quei tempi non c’erano velivoli, né mezzi radiocomandati o droni o nulla del genere: se si voleva fare qualcosa, bisognava farlo personalmente. E poiché i piloti veterani erano necessari per difendere in futuro il suolo nipponico, fu chiesto a degli studenti abili al volo la disponibilità per queste missioni suicide. Ebbene, tutti gli studenti indistintamente si offrirono e il tenente Yukio Seki, primo comandante della unità di attacco speciale disse commosso al suo superiore: «La prego di lasciarmelo fare». Cultura, storia e mentalità profondamente diverse dalle nostre, visioni e religioni diverse. Non a caso quando il Giappone si arrese ci furono in tutto il Paese migliaia di suicidi rituali, perché la resa non è contemplata nella mentalità giapponese. Comunque sia, nacque proprio settant’anni fa il primo reparto kamikaze, composto da 24 piloti, tutti intorno ai vent’anni. 

L’Unità d’attacco speciale Tokkoutai era a sua volta divisa in altre quattro unità: Unità Shikishima (Isola bella), Unità Yamato (Razza giapponese), Unità Asahi (Sol levante) e Unità Yama-zakura (Fiori di ciliegio selvatico di montagna). I nomi furono presi da un poema patriottico giapponese del XVIII secolo. Il primo attacco kamikaze in assoluto fu effettuato il 21 ottobre da un pilota mai identificato contro l’ammiraglia della Marina Reale australiana, l’”Australia”: la bomba non esplose ma cifurono 30 morti tra l’equipaggio. Ci furono, fino al 1945, almeno duemila attacchi kamikaze, e i volontari erano sempre più numerosi degli aerei disponibili: addirittura negli ultimi mesi i giapponesi concepirono un aereo senza dispositivi di atterraggio… Il culmine dell’attività kamikaze fu raggiunto il 6 aprile 1945, quando i giapponesi lanciarono l’operazione “Crisantemi galleggianti” condotta da centinaia di piloti suicidi. 

Alla fine della guerra erano morti quasi 4000 giovani kamikaze, che avevano affondato un’ottantina di navi e danneggiato circa 200, per un totale di 5000 vittime e altrettanti feriti. Negli anni successivi, grazie anche a Hollywood, si è appreso che c’era un cerimoniale sacro che accompagnava i giovani prima della loro missione: dall’utilizzo della celebre bandana bianca con dei simboli sacri chiamata hachimaki, al fatto che passavano in volo davanti la montagna Satsuma Fuji, e che salutandola essi salutavano il loro Paese e le loro famiglie. Testimoni dell’epoca sostengono anche che dagli aerei lanciassero fiordalisi. Ma l’esito della guerra non mutò. Alla toccante e tragica vicenda dei kamikaze sono stati dedicati film, libri, opere d’arte, canzoni, poesie. Il cantautore Skoll ha addirittura dedicato loro un’opera rock, “Sole e Acciaio”. E la loro memoria sopravvive ancora oggi, seppure in un’accezione completamente diversa da quella che loro vollero interpretare: i kamikaze odierni sono lontanissimi dai principi cardine della vita del samurai e del suo codice, il Bushido: lealtà e onore fino alla morte.