Sono diversi anni che i media italiani, tv compresa, definiscono i terroristi suicidi islamici kamikaze,
per quanto la scelta sia totalmente inappropriata e denoti una certa
ignoranza storica. Comprendiamo le ragioni di tale scelta: kamikaze è più corto di terroristi suicidi, anche se non tanto, la parola è entrata nell’immaginario collettivo occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, e qualsiasi persona che faceva un atto suicida, o comunque dissennato, anche in campo sportivo, veniva definito kamikaze.
Ma ci sono altre ragioni per cui gli annunciatori tv e i colleghi della
carta stampata, ormai parlano solo di kamikaze per definire i
fondamentalisti che si fanno saltare in aria in mezzo a persone
innocenti. Una è la pigrizia mentale di trovare un altro sinonimo,
magari più corretto, l’altra è certamente – almeno per qualcuno – quella
di voler accostare gli aviatori giapponesi che difendevano la loro
patria colpendo solo obiettivi bellici, ai terroristi assassini che
insanguinano le nostre città portando la morte tra donne e bambini
civili. Insomma, si vuole accostare il soldato kamikaze giapponese al terrorista islamico.
Come dire: anche loro erano nemici dei buoni americani che oggi combattono l’Isis. E poi si dimenticano di Hiroshima e Nagasaki.
Ma questo è un altro discorso: la parola è troppo radicata
nell’accidioso linguaggio giornalistico italiano per sperare che questo
appello abbia un seguito, ma è nostro dovere ripeterlo con grande forza e
instancabilmente: per favore, non chiamiamoli kamikaze: i
terroristi fondamentalisti che negli ultimi anni – e ancora oggi – si
fanno esplodere su autobus, fast food, piazze, grandi magazzini, strade,
aeroporti, metropolitane, insomma nei luoghi frequentati da civili, non
hanno nulla dei latori del “vento divino” ( questo significa la parola kamikaze)
che settant’anni fa si sacrificarono colpendo obiettivi militari nemici
che minacciavano la loro nazione e le loro famiglie.
In comune hanno
soltanto il suicidio e la fierezza delle
loro famiglie per il gesto, anche se neanche tutte oggi condividono il
martirio di un familiare. Ma lo scopo era profondamente diverso. In
Giappone oggi la parola kamikaze indica solamente un certo
tifone che nel Medio Evo salvò il Paese dall’invasione dei mongoli di
Kublai Khan. Per indicare i giovani patrioti che si sacrificarono si usa
la parola Tokkotai, “unità di attacco speciale”. Che poi non
furono solo i famosissimi “Zero”, i caccia nipponici carichi di
esplosivo che si abbattevano sulle navi americane, no, ci furono anche
delle meno conosciute imbarcazioni che – parimenti cariche di esplosivo –
si lanciavano sulla flotta alleata. Come è noto, la pratica kamikaze non
cambiò le sorti della guerra, ma colpì profondamente l’immaginario
collettivo mondiale, sensibile al sentimento di totale abnegazione che
questi giovani a volte neanche ventenni dimostrarono.
Non chiamateli kamikaze: quelli non erano terroristi
Il 21 ottobre del 1944, nel pieno della battaglia di Leyte, nelle Filippine, ci fu il primo attacco kamikaze di
aviatori giapponesi che sacrificarono la loro vita per «l’Imperatore e
l’Impero». Appena quattro giorni dopo, il 25 ottobre, nel golfo di Leyte
ci fu la prima missione senza ritorno della “Kamikaze special attack
force”, l’unità specializzata che fu emulata numerose volte nell’ultimo
anno della Seconda Guerra Mondiale. Dopo la battaglia di Midway
nel 1942, persa dalla Marina Imperiale giapponese, gli alleati
iniziarono un’inesorabile avanzata verso le isole nipponiche con
battaglie sanguinose combattute isola per isola. Due anni dopo, nel
1944, apparve chiaro che la potenza economica e industriale degli Stati Uniti
stava volgendo le fasi della guerra a favore degli alleati: i caccia
bombardieri erano migliori, non avevano problemi di benzina né di
munizioni, e i piloti erano sempre più numerosi. E soprattutto gli
americani avevano aerei in grado di colpire direttamente il Giappone partendo dal territorio statunitense (i B-29, le cosiddette fortezze volanti), mezzi di cui Tokyo
non disponeva. Nell’ottobre di quell’anno c’erano solo 40 aerei
giapponesi a fronteggiare la poderosa offensiva alleata.
Fu allora,
secondo la storia, che il comandante della prima flotta aerea Takijiro
Onishi, in un briefing militare, pronunciò la frase: «Non penso
che ci sia un’altra maniera di eseguire l’operazione che mettere una
bomba da 250 chili su uno Zero e farlo sbattere contro
una portaerei per metterla fuori combattimento per una settimana». Va
appena ricordato che a quei tempi non c’erano velivoli, né mezzi
radiocomandati o droni o nulla del genere: se si voleva fare qualcosa,
bisognava farlo personalmente. E poiché i piloti veterani erano
necessari per difendere in futuro il suolo nipponico, fu chiesto a degli
studenti abili al volo la disponibilità per queste missioni suicide.
Ebbene, tutti gli studenti indistintamente si offrirono e il tenente
Yukio Seki, primo comandante della unità di attacco speciale disse
commosso al suo superiore: «La prego di lasciarmelo fare». Cultura,
storia e mentalità profondamente diverse dalle nostre, visioni e
religioni diverse. Non a caso quando il Giappone si arrese ci furono in
tutto il Paese migliaia di suicidi rituali, perché la resa non è
contemplata nella mentalità giapponese. Comunque sia, nacque proprio
settant’anni fa il primo reparto kamikaze, composto da 24 piloti, tutti intorno ai vent’anni.
L’Unità d’attacco speciale Tokkoutai era a sua volta divisa in altre quattro unità: Unità Shikishima (Isola bella), Unità Yamato (Razza giapponese), Unità Asahi (Sol levante) e Unità Yama-zakura (Fiori
di ciliegio selvatico di montagna). I nomi furono presi da un poema
patriottico giapponese del XVIII secolo. Il primo attacco kamikaze in
assoluto fu effettuato il 21 ottobre da un pilota mai identificato
contro l’ammiraglia della Marina Reale australiana, l’”Australia”: la
bomba non esplose ma cifurono 30 morti tra l’equipaggio. Ci furono, fino
al 1945, almeno duemila attacchi kamikaze, e i volontari erano
sempre più numerosi degli aerei disponibili: addirittura negli ultimi
mesi i giapponesi concepirono un aereo senza dispositivi di atterraggio…
Il culmine dell’attività kamikaze fu raggiunto il 6 aprile
1945, quando i giapponesi lanciarono l’operazione “Crisantemi
galleggianti” condotta da centinaia di piloti suicidi.
Alla fine della
guerra erano morti quasi 4000 giovani kamikaze, che avevano
affondato un’ottantina di navi e danneggiato circa 200, per un totale di
5000 vittime e altrettanti feriti. Negli anni successivi, grazie anche a
Hollywood, si è appreso che c’era un cerimoniale sacro che accompagnava
i giovani prima della loro missione: dall’utilizzo della celebre
bandana bianca con dei simboli sacri chiamata hachimaki, al
fatto che passavano in volo davanti la montagna Satsuma Fuji, e che
salutandola essi salutavano il loro Paese e le loro famiglie. Testimoni
dell’epoca sostengono anche che dagli aerei lanciassero fiordalisi. Ma
l’esito della guerra non mutò. Alla toccante e tragica vicenda dei kamikaze sono
stati dedicati film, libri, opere d’arte, canzoni, poesie. Il
cantautore Skoll ha addirittura dedicato loro un’opera rock, “Sole e
Acciaio”. E la loro memoria sopravvive ancora oggi, seppure in
un’accezione completamente diversa da quella che loro vollero
interpretare: i kamikaze odierni sono lontanissimi dai principi cardine della vita del samurai e del suo codice, il Bushido: lealtà e onore fino alla morte.